Opinioni

Popoli. L'identità ucraina come un ponte che unisce Oriente e Occidente

Daniele Zappalà martedì 29 marzo 2022

Mourning Madonna, particolare della scultura dell’artista ucraino Johann Georg Pinsel (1750 ca.)

Con la metafora dell’Italia che ricorda uno stivale, si sa, alcuni giocano a volte sul filo del rasoio. Eppure, quell’immagine seduce un po’ tutti, non solo perché calzature e pelletteria sono pezzi forti dell’export nostrano. In realtà, quella metafora riassume bene pure il fatto d’essere una sorta di 'gamba' europea sospesa fino al centro del Mediterraneo. Ma in questi giorni, la carta nazionale più riprodotta al mondo è naturalmente quella dell’Ucraina martoriata. E più osserviamo quel profilo territoriale oblungo lungo l’asse Ovest-Est, più ci ricorda un ponte sospeso fra il cuore dell’Europa dei Carpazi e le sconfinate lande sarmatiche russe. Così, ci chiediamo: davvero solo un’immagine intuitiva? I n realtà, il sacrificio del popolo ucraino sotto le bombe ci sta consegnando pure delle chiavi per comprendere meglio la pregnanza dell’identità ucraina come anello o porta fra ciò che chiamiamo Occidente e Oriente. E quest’aspetto potrebbe forse restare fra parentesi se da città martiri come Kharkiv e Mariupol non provenissero di continuo pure indicazioni e tragici suggerimenti sul tesoro inestimabile che questo 'essere ponte' dell’Ucraina rappresenta probabilmente per tutta l’Europa. Un tesoro che l’esercito russo cerca di annientare, certo, e che per questo merita, a maggior ragione, di non finire nel dimenticatoio.

Meno d’una decina d’anni fa, nell’inverno 2012-2013, il Louvre ospitò una mostra che lasciò di stucco migliaia di visitatori. S’intitolava Johann Georg Pinsel. Uno scultore barocco nell’Ucraina del Settecento. Per tanti, si trattò d’una doppia rivelazione luminosa: da una parte, la scoperta di un maestro dell’arte sacra dal virtuosismo mozzafiato, capace a tratti di ricordare gli acuti della grande scultura italiana; dall’altra, l’associazione fra simili cime artistiche e un Paese, l’Ucraina, raramente identificato, nell’immaginario europeo, fra quelli che più hanno arricchito il bagaglio artistico dell’umanità. Da allora, l’espressività che Pinsel ha saputo scavare nel volto di Cristo è rimasta un ricordo indelebile per chi visitò quella mostra. Lo scultore fu attivo in Galizia, la propaggine più occidentale dell’attuale Ucraina: una terra tante volte contesa, nei secoli, fra grandi potenze. anti tesori artistici di città come Leo-Tpoli sono stati appena messi al sicu- ro prima di nuovi brutali bombardamenti. Ed è ricordandosi della meraviglia suscitata in Europa occidentale da mostre come quella al Louvre che oggi comprendiamo appieno il valore di simili precauzioni. Consideriamo spesso l’Ucraina un Paese 'orientale', ma dai suoi ricchi scrigni artistici misconosciuti escono fuori pure tesori che tracciano un ponte mirabile con la nostra arte 'occidentale'. Se in effetti c’è un Paese in Europa dove le due dimensioni si toccano e si aprono pienamente l’una all’altra, è probabilmente l’Ucraina.

Questo è vero, ad esempio, pure sul fronte dell’immaginario, come dimostra in particolare il ciclo plurisecolare di saghe e leggende attorno all’identità cosacca. Chi sono davvero i cosacchi, questi nomadi e seminomadi dediti alle armi che mai prestarono a lun- go fedeltà a un unico centro di potere, restando per questo relativamente liberi e temuti? Gente dell’Est, oppure dell’Ovest? In realtà, soprattutto una popolazione a cavallo (è il caso di dirlo) fra l’Est e l’Ovest, come mostrano tante vicende di cui divennero, a loro modo, protagonisti. Dal XV secolo, il loro ingresso nella storia europea è associato anche ai territori ucraini, dato che furono particolarmente attivi fra il basso corso del Dnepr – il poderoso fiume di Kiev che si getta nella Baia di Odessa – e il Don che sfocia in quello stesso Mar d’Azov su cui si specchia la martoriata Mariupol. In proposito, l’ormai tristemente nota centrale nucleare di Zaporijia, sul Dnepr, sorge nella regione dei primi insediamenti cosacchi ucraini documentati, quelli appunto dei cosacchi zaporoghi (che vivono 'al di là delle rapide'), al confine fra territori all’epoca polacchi e il Canato di Crimea, finito sotto protettorato turco ma geloso delle proprie radici mongole. Fra le armi che ancora nutrono la tradizione cosacca, si ritrovano la sciabola e la frusta. E si può pure ricordare che l’espressione d’esultanza «urrà» deriverebbe da un antico grido di battaglia cosacco. Cari tanto agli ucraini quanto ai russi, il folklore e l’eredità dei cosacchi rappresentano oggi proprio uno dei 'ponti' culturali messi a durissima prova dalla guerra.

L’Ucraina è naturalmente un ponte fra Occidente e Oriente pure a livello religioso. Del resto, Kiev rappresentò il cuore simbolico della cristianizzazione delle popolazioni ad est dei potentati dell’Europa centrale. Nel 988, nella scia del principe Vladimir, la popolazione venne battezzata nelle acque del Dnepr, convertendo quelle genti medievali al cristianesimo che guardava a Bisanzio. Da allora, non pochi hanno paragonato Kiev persino a una sorta di 'Gerusalemme' del mondo slavo. Certo, ancora una volta, la guerra in corso ha molto evidenziato le lacerazioni all’interno del mondo ortodosso, data la distinzione e malcelata concorrenza fra le comunità ortodosse ucraine legate al Patriarcato di Mosca e quelle della Chiesa ortodossa ucraina 'autocefala' riconosciuta nel 2018 dal Patriarcato di Costantinopoli. Ufficialmente, un anno fa, circa 12mila chiese ucraine si proclamavano legate a Mosca, a fronte di circa 7mila per l’entità indipendente, ma sullo sfondo d’una rapida espansione di quest’ultima: una tendenza che, alla luce di tanti segnali, sembra conoscere un’accelerazione vertiginosa in queste ultime drammatiche settimane di conflitto.

Al contempo, circa il 9% della popolazione ucraina è fedele a Roma, nel quadro della comunità greco-cattolica presente soprattutto nell’Ovest, ancora memore del drammatico divieto d’esistenza subìto durante l’era sovietica, ma forte d’una tradizione che risale al 1595. Di rito bizantino, adotta il calendario gregoriano e utilizza nelle liturgie lo slavo ecclesiastico antico, lingua che venne introdotta dai santi missionari Cirillo e Metodio. Una presenza chiamata da secoli a svolgere un ruolo prezioso di fermento ecumenico fra i «due polmoni» del cristianesimo europeo, per riprendere l’espressione cara a san Giovanni Paolo II.

La guerra sta facendo vacillare il 'ponte' ucraino, certo. Ma le speranze e verità da esso sorrette non vogliono per questo morire fra le macerie. In fondo, amava le proprie origini familiari cosacco-ucraine, a cavallo fra mondi lontani, pure il celebre scrittore russo che ha rivelato all’Occidente la verità sugli abissi d’orrore del gulag, Aleksander Solzenicyn (scomparso nel 2008), grande spirito critico per il quale «lo scisma del cristianesimo è il nostro dolore, la nostra ferita», come ribadì nel 1995 in un’intervista a Vittorio Strada (uscita sul Corriere della Sera) in cui esprimeva piena sintonia con l’ecumenismo di papa Wojtyla.

E viene per questo in mente l’aforisma che chiude l’acclamato romanzo Agosto 1914, che tratta del fronte bellico orientale russotedesco della Prima Guerra mondiale, sviluppando al contempo in profondità ciò che Olivier Clément definì la «lotta profetica» cara a Solzenicyn. Un aforisma che potrebbe benissimo far da didascalia all’odierno cataclisma in corso in Ucraina: «Non con noi è nata la menzogna, non con noi finirà». I ponti tremano, dunque, ma rivelando così pure la resistenza ostinata delle verità sull’inalienabile e comune diritto di ciascuno a un umano avvenire.