Opinioni

Liberare la domenica con giusta misura. Una scelta matura

Leonardo Becchetti giovedì 27 dicembre 2018

Al dibattito sulla proposta fatta propria dal Governo Conte di chiudere i negozi la domenica è stata messa la sordina. Domenica su queste pagine ne è stato dato conto con efficacia. Eppure il nodo è tutt’altro che sciolto, e resta aggrovigliato nel cuore stesso dell’eterno conflitto tra consumo e lavoro. Il sistema economico in cui viviamo è una macchina squilibrata che rischia costantemente di finire fuori strada. Con le due ruote ben gonfie dei profitti e del benessere dei consumatori e quelle piuttosto sgonfie – come non ci stanchiamo di ricordare – della sostenibilità ambientale e della dignità del lavoro.

In questa società sbilenca, paradiso e migliore dei mondi possibili per i consumatori e purgatorio o inferno per l’ambiente o il lavoro, ci viviamo immersi fino al collo senza esserne fino in fondo consapevoli. Quando piangiamo miseria sottovalutiamo e di molto il nostro benessere perché la crescita della qualità dei beni che consumiamo (cellulari, computer, automobili) è solo in piccola parte stimata nelle statistiche del Pil. E l’immensa ricchezza digitale di cui noi e i nostri figli disponiamo oggi (musica, video, fotografie, fruizione di contenuti televisivi, informazione libera in rete) non è nemmeno lontanamente paragonabile con il poco che avevamo da ragazzi. Di quanti soldi avremmo dovuto disporre per poter "permetterci" tutto quello che abbiamo oggi gratis o quasi accedendo alla rete? L’altra faccia della medaglia che conosciamo bene, il lavoro incerto e precario, ha fatto concludere argutamente qualcuno che Fantozzi in fondo (con il suo posto fisso e le ferie lunghe e pagate) era, rispetto ai nostri precari e Neet, un uomo di successo.

La proposta di chiusura domenicale sembra un modo semplice ed efficace per curare la contraddizione. Togliamo un po’ di benessere ai consumatori e diamolo ai lavoratori. La posta in gioco è importante. La tradizione biblica ci ricorda che è il riposo e il giorno di festa, celebrato degnamente, che distingue l’uomo dallo schiavo. Nessuno può negare che lavorare di domenica è un grandissimo sacrificio della vita familiare, di relazione e di affetti. La domenica non è sostituibile con una pausa in un giorno feriale qualunque perché il senso della festività non è individuale ma relazionale e la festività è un bene di cui non si può godere se non tutti insieme. Nei contratti di lavoro odierni del commercio la domenica non deve necessariamente essere pagata di più e diventa spesso l’altare a cui immolare gli ultimi assunti o i più precari che non hanno nessun potere contrattuale per opporsi.

Chiudere i negozi la domenica, si dice, avrebbe però molte controindicazioni perché ridurrebbe entrate e occupazione in un momento difficile come quello che stiamo vivendo. E sarebbe un altro assist al commercio online che sta spiazzando ed erodendo gli spazi vitali del commercio tradizionale e già gode di abbastanza vantaggi.

L’unico modo per risolvere il dilemma è abbandonare l’accetta e utilizzare il bisturi. I negozi nelle località turistiche che vivono di stagionalità possono tranquillamente chiudere nelle festività fuori stagione, ma devono poter restare aperti nella stagione di punta, che rischia d’altronde di essere sempre più breve per il restringimento dei periodi di vacanza soprattutto degli italiani. Molto interessante anche la soluzione che Unicoop Firenze sta sperimentando da oltre un anno nei suoi supermercati. L’apertura domenicale scatta solo per la metà di essi, solo fino all’ora di pranzo, i turni sono volontari e pagati il 50% in più. Nelle 12 festività più importanti la chiusura è completa.

Anche i dati economici danno ragione all’esperimento. Le vendite totali si sono ridotte quasi impercettibilmente nonostante i giorni di chiusura, la produttività (rapporto tra vendite e ore lavorate) è aumentata, l’occupazione anche leggermente e il clima aziendale è molto più positivo. Sono indicazioni che devono far riflettere la classe politica che deve scegliere per il bene comune e per il bene di noi cittadini. Evitando due estremi altrettanto pericolosi: l’ingenuità di non considerare i possibili effetti economici negativi indesiderati e il riduzionismo che pensa che il benessere del consumatore sia il valore primo, il vitello d’oro, a cui subordinare le nostre vite.