Opinioni

Il direttore risponde. Salvare vite, accoglierle, difendersi...

Marco Tarquinio sabato 29 aprile 2017

Caro direttore,
«Basta fuoco sulle Ong»? Lei lo scrive con decisione, nell’editoriale del 25 aprile 2017. Ma non vede lei la gravità di ciò che afferma, non certo a chiacchiere, un onesto magistrato? E non ha Avvenire le risorse intellettuali per fare una bella inchiesta e cercare la Verità? Un caro saluto.
Carlo Principe

Gentile direttore,
ho letto, su "Avvenire" del 27 aprile 2017 l’articolo della sua brava collega Lucia Bellaspiga sulle nascite avvenute sulle navi che incrociano al largo delle coste libiche. Mi sembra però che non aiuti a una riflessione complessiva sull’argomento dei soccorsi in mare e forse per questo è stato oggetto di commenti sui social dai toni spesso discutibili. Mi sembra infatti che, come in alcuni casi sta avvenendo, si debba riflettere e indagare sull’effettiva utilità di tali operazioni: i gommoni che attualmente partono dalle coste libiche non sono in grado di avvicinarsi alle coste italiane, vengono fatti partire solo perché i trafficanti di uomini hanno la certezza che a poche miglia dalla costa tali imbarcazioni vengono soccorse e il tragitto dalla Libia all’Italia dei presunti profughi venga compiuto a bordo di navi dei "soccorritori". Credo che questo debba essere oggetto di profonda riflessione, tra i governi, tra i giornalisti e commentatori, nella Chiesa e nelle stesse Ong. Cordiali saluti.
Luca Pirola

Caro direttore,
a) ritengo che l’accoglienza sia un dovere cristiano, però da non estendere a grandi e incontrollate masse. Ciò non per razzismo, ma per controllarle, evitando immissioni entro i confini europei di gente non avente diritto, refrattaria o persino nemica della nostra civiltà. b) Le industrie italiane riforniscono le nostre Forze armate e quelle di altri Paesi amici. Ci guadagnano, ma ciò permette loro di mantenere alto il livello e la qualità dei nostri armamenti. Tutti preghiamo per la pace, ma abbiamo il diritto di avere buone armi per difenderci.
Ferdinando Pedriali

Tra le molte arrivate in redazione, ho scelto tre lettere diversamente pensose e critiche sul tema dei salvataggi nel Mediterraneo di profughi e migranti. Potevo pubblicarne altre, addirittura sdegnate per la campagna politico-mediatica contro le Ong impegnate con merito ed efficacia su questo difficile fronte umanitario in mare aperto. Campagna che ha conosciuto nuovo vigore grazie alle gravi affermazioni rese ai microfoni della trasmissione "Agorà" di Rai3 dal procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro. Alla già sconvolgente ipotesi di reato sulla quale sta lavorando (finanziamenti da parte di trafficanti di esseri a organizzazioni umanitarie), il capo dei pm etnei ha aggiunto – con la minima cautela di un preventivo «forse» – un’accusa da incubo: «Si perseguono da parte di alcune Ong finalità diverse: destabilizzare l’economia italiana per trarne dei vantaggi». Parole che ci hanno spinto a parlare, aprendo così la nostra prima pagina del 28 aprile, della enunciazione di un «teorema sull’acqua» visto che lo stesso magistrato ha dichiarato di non avere prove di quanto affermato.

Da cittadino spero che il dottor Zuccaro, che so certamente essere magistrato «onesto», per usare l’espressione del lettore Principe, abbia ragioni solide per essersi spinto a dire cose di questo tipo, perché altrimenti il colpo per lui e per la macchina della giustizia, che nella sua alta responsabilità rappresenta, sarebbe terribile. Da cronista che si sforza di esercitare il suo mestiere con altrettanta onestà, credo, e temo, che quel suo «teorema» non abbia affatto ragione. Considero, insomma, ovviamente legittima l’indagine su possibili rapporti tra qualche Ong (o sul personale marittimo da esse contrattato) e scafisti e mandanti di scafisti, anche se vedo che gli accertamenti già condotti offrono conferme della generosa pulizia delle Ong messe per prime nel mirino. Non riesco, invece, a credere a un complotto speculativo tra mercanti di uomini e alcune Ong contro la stabilità dell’economia italiana. Ritengo, infine, ingiustificabile e, in più di un caso, indecente la gazzarra polemica e la rimessa in moto della vecchia e collaudata "macchina del fango" politico-mediatica contro il mondo delle Ong. Su questo cruciale aspetto ho argomentato ampiamente nel mio editoriale del 25 aprile, dunque non ci torno su.

Mi soffermo piuttosto su tre punti.

1) Carlo Principe mi chiede che cosa fa Avvenire per capire dove sta la verità (con la minuscola, in questo caso). Da settimane stiamo sviluppando come già in passato su altri casi scottanti – dalla vicenda di Eluana Englaro a quella della "terra dei fuochi" – una inchiesta (LEGGI QUI) che offre una vera contro-informazione rispetto a una serie di accuse infondate e pretestuose al complesso delle Ong impegnate, accanto alla nostra Guardia Costiera e alla nostra Marina militare, in quella che ho definito una «supplenza di civiltà» rispetto alla latitanza umanitaria della Ue, di troppi Paesi dell’Europa e dell’area mediterranea.

2) Luca Pirola dubita dell’utilità e sensatezza dei soccorsi in mare in chiave anti-traffico. Il salvataggio di vite umane in pericolo è un atto moralmente e cristianamente senza alternative, che è sempre sempre sempre utile. La cronaca, che ormai si va facendo storia, di questi anni conferma che neanche i respingimenti ciechi in mare aperto di profughi purtroppo attuati per alcuni anni in forza delle legge Bossi-Fini fermarono le tragedie, ma le moltiplicarono. Io, da cittadino di questo Paese, sento il peso di ognuna delle morti per mancato o tardivo soccorso, di ieri e di oggi. E penso che certi politici gridino e inveiscano contro i poveri alla porta chiamandoli «invasori» e contrapponendoli ai poveri di casa nostra per cercare di non sentire la voce della propria coscienza.

3) Ferdinando Prediali pone una duplice questione. A) La prima, la definirei dell’accoglienza governata. È un’esigenza vera e giusta. Un dovere che bisogna onorare con "corridoi umanitari" per i richiedenti asilo in fuga da guerra, violenza e persecuzioni, con flussi regolari e calibrati di migranti economici, con una solida e forte cooperazione allo sviluppo: lo sviluppo sostenibile è uno dei nomi della giustizia e impedisce lo sradicamento e la deportazione di esseri umani verso altri territori. B) La seconda affronta il nodo segnalato dal boom dell’export di armi italiane nel 2016. Il problema è che una forte quota di esse non è andata negli arsenali di Paesi in pace ma di Stati in guerra. E questo, come ha ben spiegato l’«economista della pace» Raul Caruso nel nostro fondo del 28 aprile, non rispetta la legalità costituzionale dell’Italia e non la difende, tutt’altro. Alimentare la guerra non protegge nessuno e massacra sempre i piccoli e i deboli.