Opinioni

Un partito diviso in molte parti e una crisi inedita. Senza più «autocrate» e più soli Leghisti a una prova decisiva

Sergio Soave sabato 7 aprile 2012
Si susseguono di ora in ora le notizie sul ribollire della Lega Nord, sulle faglie antiche e nuove che si sono messe in movimento, come stimolate dal terremoto che ha costretto Umberto Bossi alle dimissioni. I dirigenti veneti rivendicano la guida del partito, minacciando più o meno apertamente una secessione, i più tenaci sostenitori di Bossi progettano di assediare Roberto Maroni nella sua Varese, il Piemonte del governatore Cota, pur senza spazio nel 'triumvirato' di gestione della fase critica, sembra consegnarsi a una linea di fedeltà a Bossi e comunque si preoccupa soprattutto di proseguire senza troppi rischi nell’azione amministrativa basata sull’alleanza di centrodestra, la forte corrente maroniana, apparentemente destinata ad assumere la guida del partito dopo un congresso che si preannuncia tesissimo, cerca di esibire un atteggiamento unitario e comprensivo, che però non convince i militanti bossiani più accesi. Si potrebbe andare avanti a lungo nell’elencare i fenomeni che alludono a una divaricazione (o disgregazione?) ampia e imminente, anche se è comprensibile che le reazioni delle prime ore siano particolarmente radicali e non è detto che in seguito si faccia strada l’esigenza di ricompattare, almeno nell’immagine pubblica, un organismo politico che altrimenti rischia grosso. La difficoltà, però, è strutturale. Un partito federale nel quale si esaltano le autonomie territoriali ha trovato l’elemento di coesione solo nella figura 'autocratica' del segretario e fondatore. Già in passato fenomeni più o meno estesi di secessione hanno marcato il percorso della Lega, che però li ha potuti delimitare e isolare con il ricorso all’autorità e al prestigio indiscusso del leader. Il rafforzamento delle componenti territoriali, esaltato nel momento di massimo successo, quando la Lega si è aggiudicata la guida di due delle tre grandi Regioni settentrionali, già aveva reso meno stabile l’equilibrio interno. La crisi del governo, che ha tolto non solo le funzioni ministeriali ma l’impressione della crescita inarrestabile dell’influenza della Lega, ha oggettivamente indebolito il ruolo della direzione e da lì hanno cominciato a farsi esplicite le distanze tra Bossi e Maroni, che il comune linguaggio radicale nella critica all’«esecutivo di tregua» guidato da Mario Monti non poteva occultare. Però se un problema di ricambio si è posto obiettivamente già in quel momento, sembrava che la sua soluzione avrebbe potuto seguire i canoni di un rinnovamento nella continuità, come quello che si tenta di realizzare nel Popolo della libertà. Invece l’inchiesta giudiziaria sull’uso del finanziamento pubblico, con i suoi risvolti scandalosi (indipendentemente dalla consistenza giuridica dei reati contestati), ha fatto saltare il banco, mettendo in luce i caratteri 'tribali' di una gestione interna, che non ha saputo evitare le scorrerie di profittatori, e creando nella base del partito (e, presumibilmente, ancor più in quella elettorale) un effetto di sconcerto e di rabbia che difficilmente sarà smaltito in tempi brevi. La sovreccitazione indotta nei militanti dalla denuncia spesso ingenerosa delle responsabilità altrui nella crisi e nella recessione, si è trasformata in un boomerang, con effetti ancora difficili da misurare. Per un periodo non breve la Lega si estraneerà dal sistema delle alleanze politiche, probabilmente cercherà di rinsaldare quel che resta della sua unità esasperando in modo ancora più estremo l’opposizione e la denuncia. Un rischio serio. Come se quel che mancava all’Italia – e, in particolare, al Nord produttivo e preoccupato – in un momento tanto critico fosse un aumento della tensione e dell’antagonismo. Un’involuzione che finisce col debilitare il ruolo, di per sé essenziale, dell’opposizione politica.