Opinioni

Il direttore risponde. Legge violata, giudici, blog e titoli di giornale: autogol a raffica

Marco Tarquinio venerdì 30 ottobre 2015
Caro direttore,
trovo anch’io, come l’onorevole Roccella, «indecente» la canea scatenata contro l’estensore della pronuncia del Consiglio di Stato sulla trascrizione delle nozze gay celebrate all’estero. E bene ha fatto anche Francesco Ognibene a definire «assurda» la pretesa di un’astensione del giudice, in quanto «cattolico», dal pronunciarsi in sede giudiziaria su certi argomenti.
 
 
Quanto alla sentenza, Vladimiro Zagrebelsky, giurista della cui “laicità” sarebbe difficile dubitare, ha scritto che alla stregua della legge vigente «non si può negare la ragionevolezza delle conclusioni cui è giunto il Consiglio di Stato», e ha stigmatizzato piuttosto «l’esempio negativo di un ribellismo improprio da parte di pubblici funzionari, come sono i sindaci nelle loro funzioni in tema di stato civile».
 
Il che non impedisce, a lui come a molti di noi, di deplorare che, per assurdi veti incrociati, in Parlamento non si riesca a raggiungere un’intesa per dare un seguito coerente alle indicazioni della Corte costituzionale e della Corte europea dei diritti dell’uomo, ambedue nette nel richiamare i nostri legislatori a riconoscere giuridicamente la realtà delle unioni tra persone dello stesso sesso, con il conferimento di tutta una serie di diritti oggi negati, ma l’una e l’altra lontane dal pretendere un’assimilazione di tali unioni al matrimonio (la Consulta, anzi, si è espressa palesemente nel senso della necessità di una distinzione).
 
 
Circa gli attacchi alla persona del giudice – a parte il fatto che le pronunce del Consiglio di Stato, come di ogni giudice collegiale, non hanno come unico autore l’estensore – è paradossale che essi vengano in gran parte da un mondo che delle proprie convinzioni ideologiche ha fatto, non tanto una legittima bandiera di battaglie in difesa di questa o quella soluzione legislativa o giudiziaria, ma il passe-par-tout per ogni sorta di forzature del dettato delle leggi a colpi di sentenze.
 
 
Mi si permetta però una domanda finale, senza la quale tutto il resto di quanto ho scritto potrebbe essere frainteso. Ma che bisogno aveva, il dottor Deodato, di esternare – per di più in forme tanto marcate – convinzioni “a tutto campo” su una materia incandescente, quando poteva immaginare che gli sarebbe capitato di pronunciarsi al riguardo in veste di giudice? Non mi sento di fare un processo alle intenzioni di una persona che non conosco, se non per quel che ne hanno scritto i giornali. Ma la sensazione di un autogol (se non peggio) non nascondo di provarla…
 
Mario Chiavario
Apprezzo, come sempre, caro professor Chiavario il rigore e la lucidità della sua riflessione di fine giurista e la delicatezza con la quale, lei, nostro “libero” collaboratore, me la offre in forma di lettera. Ma dopo aver difeso con serenità e senza esitazioni, grazie all’editoriale di Francesco Ognibene («Giudizio e pregiudizi»), la dignità mai di “serie B” dei cittadini e funzionari pubblici che qualcuno vorrebbe discriminare perché “cattolici”, non ho alcuna difficoltà a dirle che proprio come lei continuo a essere contento e a sentirmi ben garantito solo quando trovo – e meno male che ne trovo parecchi! – magistrati che “parlano” soprattutto col rigore del proprio lavoro, e non bloggheggiano (né cinguettano su Twitter). Detto ciò, in un tempo segnato da obiettivi eccessi di creatività nell’interpretazione delle norme, mi preme che ogni giudice sappia dimostrare coi fatti di essere «soggetto solo alla legge». E questo, il dottor Deodato senza dubbio l’ha fatto nell’ineccepibile stesura della sentenza che ha bocciato la “importazione” – in spregio della normativa italiana – di matrimoni stranieri tra persone dello stesso sesso. Lo scandalo vero – a mio parere di cronista – sono soprattutto i troppi titoli della cosiddetta stampa indipendente (e purtroppo anche del servizio pubblico) che hanno seminascosto o addirittura rimosso del tutto la notizia del “ritorno alla legalità vigente” violata da sindaci avventati per enfatizzare piuttosto le critiche al giudice cattolico “colpevole” di non aver manomesso la legge secondo certo “pensiero dominante”. Non le nascondo, nel pieno rispetto della liberà di tutti, di considerare che, in questa partita politico-giudiziario-mediatica zeppa di autogol il più clamoroso e discriminatorio sia proprio quello di tanta stampa. Ma il più pesante resta quello iniziale di Ignazio Marino e dei sindaci che l’hanno imitato.