Opinioni

Non si tratta solo di nuove frontiere tecnologiche. Lavoro, vera sfida di industria 4.0

Francesco Seghezzi e Michele Tiraboschi sabato 1 ottobre 2016

E se il vero Jobs Act si chiamasse Industria 4.0? Non è una provocazione, ma la constatazione di un fatto. Col piano sulla manifattura digitale presentato dal ministro Calenda, sembra infatti prendere corpo l’annuncio con il quale, ormai quasi tre anni fa, Matteo Renzi lanciava la sua versione del piano per il lavoro di Barack Obama (l’American Jobs Act, proponendo ampi investimenti per la modernizzazione del sistema produttivo in linea con la nuova rivoluzione digitale. Per il secondo Paese manifatturiero d’Europa, con un settore industriale gravemente indebolito in termini di occupazione e produzione dalla crisi internazionale dell’ultimo decennio, questo significa non solo più produttività per le imprese, ma anche maggiori salari e, con essi, una decisa spinta ai consumi e alla domanda interna.Nonostante la vulgata comune, la sfida di Industria 4.0 non è prettamente tecnologica, ma culturale e soprattutto antropologica. Una sfida che potrà dunque essere vinta solo se la tecnologia non sarà chiamata a rimpiazzare l’uomo, ma semmai ad abilitarne competenze, autonomia e creatività dentro i luoghi di lavoro.Per capirla dobbiamo mettere a tema il nodo più urgente che oggi blocca la crescita economica italiana: la produttività. Il calo costante e la stagnazione recente di questo indicatore ha origini diverse che risiedono certamente nella quantità e qualità di investimenti in tecnologia, ma più ancora dalla mancanza di una organizzazione del lavoro che preveda lo sviluppo delle competenze professionali, e la piena partecipazione dei lavoratori. Oggi tutta la sfida si gioca sulla combinazione di investimenti nella tecnologia e investimenti in competenze e dunque su una nuova centralità della persona nei processi produttivi. Se Industria 4.0 fallirà questa sfida, spingendo troppo sulla tecnologia senza considerare il "fattore lavoro" saranno tutti a perdere. Esistono oggi, per esempio, computer in grado di eseguire calcoli complessi, impossibili all’uomo, ma per essere utilizzati richiedono lavoratori con le giuste professionalità, altrimenti restano numeri senza un senso e una applicazione concreta. Se l’unico obiettivo fosse quello di sviluppare al massimo questi sistemi informativi ci troveremmo nella situazione paradossale di avere tecnologia così avanzata da essere completamente inutile perché non si potrebbe utilizzare. Un secondo esempio: oggi con Industria 4.0 saremo in grado di avere "linee di produzione staminali", ossia che possono con le stesse componenti produrre beni altamente personalizzati a seconda del consumatore. Questo però è possibile unicamente grazie a programmatori che, interpretando le richieste del cliente, siano in grado di individuare l’esatto processo per poterlo produrre.Il fatto che oggi non possa esistere lavoro produttivo e competitivo senza tecnologia non significa affatto che possa esistere tecnologia, anche la più avanzata, senza lavoro. Tutto questo comporta dei rischi, primo fra tutto quello di illudersi che investire in formazione e in capitale umano non porti gli stessi effetti e gli stessi benefici che acquistare nuovi macchinari. Nulla di più sbagliato se pensiamo al ruolo che, ad esempio, un ricercatore può avere in una fabbrica, portando un valore aggiunto immenso in termini di innovazione e miglioramento dei processi e dei prodotti.Non esiste insomma una vera rivoluzione industriale senza un suo umanesimo. Un umanesimo che oggi ha bisogno di concretezza attraverso investimenti sul sistema educativo e sulla formazione dei lavoratori e questo spiega la riscoperta dell’alternanza e dell’apprendistato che dobbiamo smettere di considerare come forme di lavoro del passato.

In questo contesto, il sistema di nuovi incentivi contenuto nel piano Industria 4.0 pare muoversi nella direzione corretta. Non un revival della vecchia (e fallimentare) politica industriale, dove il decisore politico stabilisce autoritariamente cosa è il bene comune e la direzione da seguire, ma una politica per le imprese e le persone secondo logiche di sussidiarietà e responsabilità che non comprimono, come nel modello fordista, ma anzi valorizzano la libertà e il concreto apporto di ognuno di noi.