Opinioni

Il direttore risponde. Quel lavoro (meritato) negato alla rom Chi fa la guerra ai poveri ha sempre torto

Marco Tarquinio giovedì 4 dicembre 2014
Caro direttore,a Roma da tre anni la Comunità di Sant’Egidio, la Caritas e Migrantes hanno organizzato con l’aiuto del cardinale vicario, un corso di sartoria per alcune donne rom. La decisione nasceva con uno scopo chiaro: aiutare quelle che gli esperti definiscono “vittime di discriminazione multipla” e noi riteniamo “le più deboli tra le escluse”. Il corso è andato molto bene, in parte al di là delle previsioni di alcuni. Ha raccolto donne molto diverse tra loro, per provenienza, religione ed età ed è stato un momento di confronto e soprattutto di formazione importante. Al termine di questi anni siamo arrivati con le prime tre partecipanti a un punto fondamentale: quello di trasformare la formazione in ricerca di lavoro. Ieri è accaduto qualcosa di particolarmente significativo nel percorso di questo progetto e anche di illuminante per comprendere il rapporto tra i rom e “noi”. Nei giorni scorsi infatti una delle partecipanti, tra le migliori, è stata accompagnata a fare un colloquio di lavoro (le donne rom hanno sempre bisogno di essere “presentate“). Avevamo dalla nostra un punto di forza: abbiamo trovato fondi perché l’inserimento potesse arrivare con una borsa lavoro. Cioè, chi assume non deve sborsare un soldo pur godendo del lavoro. Il colloquio è andato bene, la donna ha fatto una buona impressione e pur non sapendo usare macchine industriali, ha mostrato abilità sufficienti.Poi, però, è giunta una telefonata: con grande imbarazzo il responsabile del negozio ci ha spiegato che non voleva assumere quella donna. Nonostante lunghi giri di parole il problema di fondo era semplicemente uno: è una “zingara”. Messo in imbarazzo dalle nostre risposte, il titolare ha anche affermato a un certo punto: “Peraltro credo non sia neanche deontologicamente corretto il fatto che in un primo momento (al telefono prima del colloquio) non mi abbiate detto che lei era rom”. L’interlocutore ha risposto secco: allora se un ebreo fa un colloquio di lavoro lei ritiene che debba riferirle prima di presentarsi di appartenere a quella confessione religiosa? “No, ma che c’entra, lei non è ebrea…”. È stata la risposta imbarazzata. Ho cercato il sito dell’impresa: alla voce “chi siamo” si legge anche, “forte sensibilità per il sociale”.Ok, nell’immaginario collettivo sono tutti ladri, sporchi, violenti; ma lei no, sicuramente no: che c’entra? Mi domando: se non trova lavoro una donna rom regolare, che si presenta bene, formata, presentata, che non ha costi per il datore di lavoro, chi mai potrà trovar lavoro? Solo le poche che continueranno (e riusciranno) a nascondere la propria appartenenza o quelle impiegate “nell’economia del ghetto” (cioè nei progetti che ruotano intorno ai rom). Da tanti anni ho molti rom per amici, e quindi non sono nuovo a certe cose, ma questa sconfitta è particolarmente bruciante. Come quando con fatica riusciamo a iscrivere bambini rom a scuola e vediamo genitori “autoctoni” lamentarsi. Ma come: non “devono mandare a scuola i loro figli!”? Poi accendo il computer e vedo che il governatore della Toscana Enrico Rossi è ricoperto di insulti sui social perché ha osato pubblicare una foto sua insieme a dei rom definendoli suoi amici e suoi vicini di casa. Poi sfoglio alcune pagine e leggo che un deputato, ex ministro della Difesa, definisce i rom “ladri per natura”, esattamente come i “medici” nazisti.Torno a casa e nel mettere a letto le mie figlie penso a come costruire un mondo migliore per loro. Da giorni, ogni volta che accendiamo la tv vedono ovunque talkshow definire gli “zingari” come ladri di bambini e causa di ogni male per le nostra città. Niente di strano si potrebbe pensare. Ma non per loro: hanno una tata rom da quando sono nate. “Perché papà?”. Ieri, ho raccontato loro la storia di Rosa Parks, del cui gesto eroico ricorreva il 59° anniversario. Parks era sarta, come vorrebbe essere la mia amica rifiutata perché romnì. L’antigitanismo va estirpato come ogni razzismo, altrimenti la nostra città, il nostro Paese e l’Europa intera non saranno mai pienamente civili.Paolo Ciani, Comunità di Sant’EgidioSottoscrivo parola per parola, caro Ciani. Parola per parola, davvero. Perché queste sono parole che aiutano a ragionare, a “vedere” le persone e a vivere insieme e non «parole che possono uccidere» (come quelle frutto dei pregiudizi e dei meccanismi mentali che denunciamo della campagna di comunicazione sostenuta da noi di “Avvenire” assieme a “Famiglia Cristiana” e ai settimanali della Fisc). E continuo a chiedermi come si faccia a non capire quanto insensata e autolesionista all’interno di una comunità civile sia la tendenza, e persino la pretesa, di tenere fuori dalle porte delle proprie scuole e dei propri luoghi di lavoro (qualcuno vorrebbe anche lontano dalle chiese...) ragazzi e ragazze, uomini e donne non per ciò che sono e che credono, ma a causa della “categoria” in cui vengono incasellati e, cioè, a motivo della stirpe a cui appartengono, della pelle che portano, delle tradizioni in cui hanno radici. Ma che cosa più dello studio e del lavoro comune consolida le basi della cultura comune di un popolo, valorizza e integra le diversità, costruisce – anche pragmaticamente – la possibilità e la fecondità di una civile convivenza? Che cosa più di tutto questo aiuta ad aprire gli occhi – e non lo dico per maniera, ma per esperienza – su ciò che è davvero “storto” anche nella vita delle comunità rom, consentendo a ogni persona che vuol camminare sulla strada diritta di non essere ricacciata indietro? Credo anche io, caro amico, che l’antigitanismo sia una questione gravissima, e che il lavoro per «estirparlo» meriti un impegno pieno di passione, di senso della giustizia e di amore della verità. Un lavoro urgente, perché vedo un serio rischio di regressione. Infatti, ogni volta che nelle società umane si sperimentano impoverimenti (come quelli che toccano anche a noi italiani, in questa dura stagione della nostra vicenda nazionale) si finisce per innescare guerre tra poveri  e per far la guerra ai poveri. E se le prime armi di battaglia stanno, appunto, nella testa e sulla bocca di tanti, i “no” al bene possibile – come il “no” al lavoro preparato e meritato da una giovane donna rom – sono delle vere bombe atomiche. Fanno del male subito e poi, in modo divorante, continuano farlo nel tempo. Fare la guerra ai poveri è la cattiveria più facile e più grande. E, qualunque ragione accampi, chi fa la guerra ai poveri ha sempre torto.