Opinioni

L'inchiesta di Perugia. L'autogoverno dei magistrati non è più una virtù? Cambiamo

Paolo Borgna giovedì 28 maggio 2020

Davvero, leggendo le intercettazioni della procura di Perugia sul “caso Palamara”, viene da esclamare, parafrasando don Milani: “L’autogoverno non è più una virtù”. Ci sono molte conferme, in quelle conversazioni: il malcostume abituale nelle contrattazioni per le nomine dei dirigenti degli uffici; in cui mai si fa riferimento al merito e alla professionalità, ma solo a scambi di voti e di favori; il linguaggio turpe e, a volte, ricattatorio che accompagna questi discorsi. Tutte cose che in parte già conoscevamo o, comunque, intuivamo. Eppure oggi c’è qualcosa di assolutamente nuovo: la conversazione in cui Palamara spiega a un collega che l’inchiesta sul ministro Salvini è infondata ma che «ora bisogna attaccarlo». Frase che, tradotta in lingua semplice, significa: so che la condotta attribuita a quella persona non costituisce reato, ma bisogna comunque metterla sotto processo, perché politicamente conviene.

Ebbene, mi piace poterlo scrivere sulle colonne di “Avvenire”, che non ha mai lesinato critiche al senatore Salvini per il suo concreto operato al Viminale così come per il suo linguaggio verso i profughi, i migranti e le associazioni del volontariato: questa è la cosa più grave che, in quarant’anni di magistratura, abbia mai sentito dire da un magistrato. Perché è il tradimento del giuramento fatto davanti alla Costituzione. È la perdita dell’indipendenza. È l’uso strumentale dell’esercizio dell’azione penale per fini politici. Un uso strumentale che (si noti bene!) non viene da una pressione esterna di qualche parte politica, non obbedisce all’ordine di un partito: viene dal cuore dell’idea che si ha della propria indipendenza; dall’indipendenza vissuta come arroganza.

Quella frase è un’enormità, finora inedita. Tanto più se si pensa che a pronunciarla (senza suscitare un’adeguata reazione nel suo interlocutore) è l’uomo che, pochi anni prima, era stato presidente dell’Anm e poi membro del Csm. Il punto è che, a quegli alti incarichi, Palamara era giunto non perché paracadutato da qualche aereo di passaggio ma in quanto eletto, non certo unanimemente ma con grande consenso, dai magistrati italiani. La sua presenza al Csm, così come dei suoi colleghi che con lui parlano la stessa lingua, è l’espressione massima di quel principio che chiamiamo “autogoverno della magistratura”: le carriere dei magistrati sono gestite dal Csm che, per due terzi, è composto da magistrati eletti dai magistrati. Oggi si fa una gran parlare contro le correnti, che si sono impadronite dell’autogoverno, gestendolo in modo clientelare.

Chiedo scusa per l’autocitazione, ma è solo per scemare il dubbio che voglia difendere le attuali correnti. Nel 2000, in un articolo su “Micromega” («Nuovi magistrati, vecchie correnti»), scrivevo che, avendo ormai perso la loro caratterizzazione ideologica figlia degli anni in cui erano nate, le correnti, conservando il loro involucro organizzativo, si erano trasformate «in mero veicolo di richieste di tipo clientelare». E dichiaravo il timore che, proseguendo su questa strada, si sarebbe trasformata «l’indipendenza nel volto sfigurato di una intollerabile e arrogante irresponsabilità corporativa». Da allora abbiamo avuto alcune riforme del sistema elettorale del Csm (finalizzate a “diminuire il peso delle correnti”) e mille propositi di rigenerazione da parte dell’associazionismo dei magistrati. I risultati sono sotto i nostri occhi.

E qui sorge il dubbio. Siamo sicuri che il problema siano soltanto le correnti? In fin dei conti, i magistrati hanno le correnti che si meritano: sono loro a eleggere al Csm gli esponenti delle correnti, alla cui porta, come dimostrano le intercettazioni, sono poi pronti a bussare per chiedere aiuti. E si noti: quelle intercettazioni ci dicono che sono i membri togati del Csm a condurre il gioco per le nomine dei dirigenti degli uffici e a rapportarsi direttamente con alcuni politici; i membri laici (professori e avvocati di chiara fama) eletti dal Parlamento svolgono il ruolo di comparse. Dobbiamo difendere a spada tratta l’indipendenza di ogni magistrato. Perché un magistrato non indipendente non è un vero magistrato.

Per questo i Costituenti affermarono il principio dell’autogoverno dei magistrati: strumento per preservarne l’indipendenza. Ma le intercettazioni di Perugia ci dicono che l’applicazione odierna di quel principio, per la stragrande maggioranza dei magistrati che in modo appartato lavorano onestamente, è diventata una cappa soffocante. Il principio è degenerato, con uno sviluppo storico totalmente diverso da coloro che lo concepirono. È accaduto spesso, in passato, per tanti valori, grandi e piccoli: li si éleva a monumenti, li si venera nella loro assolutezza. E intanto non ci si accorge dei mostri che ne vengono generati. Si pensi a come l’amor di patria risorgimentale degenerò nel nazionalismo che umiliava le altre patrie. Vorrei tanto sbagliarmi. Vorrei tanto che qualcuno mi dimostrasse, con i fatti e non con la ripetizione di stanche e vuote litanie, che sto sbagliando. Ma oggi l’autogoverno appare come il vero nemico dell’indipendenza.

Come uscirne? Non ci sono ricette magiche. Non vedo, nel campo della politica, un pensiero forte, capace di proposte con respiro profondo. Il tutto è complicato dal fatto che, nei decenni scorsi, dietro ogni proposta di riforma, si intravedeva spesso una volontà punitiva verso l’ordine giudiziario. La risposta dei magistrati è stata di negare i problemi e di difendere la cittadella assediata. Ma quando le cittadelle sono assediate da problemi reali, prima o poi crollano.

Certo, la soluzione non è l’elettività dei magistrati né la dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo. Troppo forte è il vento del populismo giudiziario per potersi affidare a simili ricette. Si potrebbero forse (con una modifica costituzionale) invertire le proporzioni della composizione del Csm: solo un terzo dei membri eletti dai magistrati e due terzi scelti tra professori e avvocati. Il governo delle carriere sarebbe così sottratto alle correnti, che in questo modo potrebbero tornare a svolgere l’originaria funzione di dibattito culturale. Ma, ripeto: nessuna soluzione è priva di controindicazioni. Io ho solo una certezza: il sistema attuale non funziona più. E non è quello che volevano i Costituenti. Non sappiamo dire cosa vorrebbero oggi uomini come Calamandrei o Mortati. Di una cosa però siamo sicuri: loro non pensavano a unâ ¯ autogoverno in cui le nomine potessero essere trattate con frasi tipo “che c***o li piazziamo a fare i nostri?”. O in cui i custodi della deontologia dei magistrati si affannassero a cercare favori per i figli. È intollerabile che i Costituenti vengano invocati per difendere prassi come queste. D’ora in poi, non potrà più accadere.