Opinioni

La sfida di sperimentare il bello e il buono. Lasciare un segno per gustare cibo e vita

Paolo Massobrio venerdì 27 settembre 2013
«Insieme per gustare cibo e vita». Il messaggio di monsignor Paolo Urso stava su un tavolo del refettorio di quello che un tempo rappresentava il Convento dei Cappuccini a Ragusa Ibla. Oggi è diventato un luogo a dir poco clamoroso, l’Antico Convento, aperto al pubblico, con tanto di camere ricavate negli spazi delle cellette dei frati francescani e una scuola di formazione attrezzata anche di cucina didattica e dedicata al cibo. Insomma un luogo vivo, a dispetto di certi ambiti museali che si trovano spesso in Francia e che sembrano relegare tutto a un ricordo. Qui, invece, si è scelto di privilegiare l’esperienza, che è innanzitutto del bello, a cominciare dal parco d’ingresso, fino all’orto, per finire al ristorante. Per far questo hanno coinvolto dei professionisti, come Enzo Scrofani e Giuseppe Barone mitico cuoco del Ragusano, che hanno accettato la sfida. Ma che sfida? La sfida è quella di lasciare un segno, come sempre nella storia l’uomo ha cercato di fare. Un segno di riconoscenza, di gratitudine, quasi un principio di restituzione mai scritto, che dentro al lavoro di tutti i giorni apre a un orizzonte più largo... come quello che si vede da questo maestoso convento, che è uno dei luoghi più belli che abbia mai visto. Pochi giorni dopo a Torino, un’altra situazione, ma con le medesime premesse: la Piazza dei Mestieri. Qui tre amici, Dario, Cristiana e Gianni hanno deciso di trasformare la propria inclinazione alla formazione in qualcosa di utile, creando un luogo dove i ragazzi (sono 500) imparano un mestiere vero: chi il cioccolatiere, chi il panettiere, chi il parrucchiere o il tipografo. Ma c’è anche un birrificio con un pub che ogni sera fa il tutto pieno e un ristorante davvero curioso. La Piazza del Mestieri è ambientata nei 7mila metri di un’ex fabbrica di pelle di fine Ottocento. E il luogo non è mai stato così bello come oggi. Un luogo appunto, dove tutti, nella città dei santi sociali, fanno quello che diceva monsignor Urso: gustare la vita. Lo fanno gli avventori del pub o del ristorante, ma anche i ragazzi tirati via dalla strada che vedono come sul bello e sul buono si costruisce qualcosa che piace alla gente, non foss’altro che per ritrovarsi. L’ultima notizia in questa direzione arriva sempre da un Piemonte alle prese con la vendemmia. Una vignaiola di Costigliole d’Asti, Mariuccia Borio, ha adottato una pala d’altare, raffigurante una "Madonna con bambino" per finanziarne il restauro. Sarà poi collocata nel Museo d’Arte Sacra. Perché lo ha fatto? Per lo stesso motivo per cui la gente partecipa all’opera della Piazza dei Mestieri (che ora è anche a Catania) o al vecchio Convento di Ragusa Ibla: il desiderio di lasciare alla storia un segno imperituro di bellezza, quasi come una riconquista per trasmettere alla generazioni future un valore di immediato richiamo. La bellezza, la musica, il gusto di un cibo o di un vino, a quanto sembra, ci sono dati per essere più certi. Sant’Hildegarda di Bingen dottore della Chiesa (che va ricordata anche per il canto), diceva che tutte queste cose esistono perché Egli le ha ritenute indispensabili per l’uomo. E poi, nella lettera a Everardo II vescovo di Bamberga (1153), aggiunse: «Per l’amore totale, per la paura, l’ubbidienza o la prudenza in ogni occasione». Sono passati mille anni, ed è incredibile come le stesse premesse risultino quanto mai attuali. Per questo è vincente la riattualizzazione di ciò che la storia (conventi, palazzi...) ci ha consegnato.