Opinioni

Meriam deve vivere. La voce del web, la fede di una donna

Marina Corradi sabato 17 maggio 2014
Ora, assicurano, le faranno un altro processo. L’ingranaggio spietato della sharia integralista in Sudan ha allentato la sua presa di fronte alle reazioni internazionali, all’appello di Amnesty International, alla mobilitazione sul web – in Italia suscitata soprattutto da questo giornale. Ma anche se Meriam Yehya Ibrahim, 27 anni, cristiana, sposa e madre, incinta all’ottavo mese, non salirà appena dopo il parto sul patibolo per "apostasia" dalla fede islamica, la foto di quella giovane donna nera in abito bianco nuziale avrà fatto il giro del mondo, in un paradossale contrasto fra modernità dell’evo digitale e oscurità da tempo di catacombe. Il primo fattore, la velocità e la capacità di mobilitazione del web, è sotto ai nostri occhi. Se i media tradizionali sono strumenti di informazione di massa, il web è anche possibilità di condivisione, di reazione, di risposta immediata. In poche ore una protesta può essere sottoscritta, come è avvenuto ieri, da centinaia di migliaia di persone, cosa che mai è stata possibile nella storia. Il web, verso cui molti nutrono diffidenza, in questi frangenti mostra la sua positività: nell’urlo corale di "no" suscitato dalla condanna di una fino a ieri sconosciuta donna africana. Ma a questo allargamento di visuale, tale che tutto riguarda ciascuno di noi, anche il più lontano, si oppone una oscurità antica: la persecuzione e la morte che si vorrebbero infliggere a una donna, perchè non rinuncia alla sua fede. In questo senso la vicenda di Meriam, abbandonata dal padre islamico e cresciuta dalla madre etiope nella fede cristiana, madre a sua volta di un figlio piccolo e in attesa di un altro, è estrema: la vittima più inerme, con un bambino per mano e un altro in grembo, e la ferocia più cieca. 100 frustate per avere sposato un cristiano e dunque essere – nella logica del giudice – "adultera", e l’impiccagione perché l’accusata si è rifiutata di abiurare la sua fede: questa è la "giustizia" della sharia, oggi in Sudan. E sembra un incubo, una violenza barbarica, una storia come ne abbondano i martirologi, di vergini mutilate o accecate per non avere voluto ripudiare il nome di Cristo. La storia di Meriam e di altri, come della tuttora prigioniera Asia Bibi, ci riporta indietro di secoli, anzi di millenni. E noi, educati a credere in un progresso che civilizzi l’uomo, sbalorditi assistiamo a questo rigurgito di ferocia primitiva: originaria, anzi, si direbbe, come qualcosa di cui gli uomini portano addosso un seme che non muore mai. La luce di una comunicazione universale e immediata e il buio di un male radicale si mescolano, dunque, in uno scontro netto in questa storia africana e globale, come in un duello fra umane capacità di bene e di male. Di mezzo, c’è una giovane donna e la sua libertà. Di fronte alla ferocia di questa sentenza noi cristiani "normali" di Occidente restiamo inorriditi, e però c’è qualcosa che non capiamo fino in fondo. Sarebbe bastato dire un "sì", e il fantasma del patibolo si sarebbe sciolto. Sarebbe bastato un semplice "sì, abiuro la mia fede", e la vita sarebbe stata salva (cosa dev’essere poi una condanna a morte quando un figlio già ti si muove nel ventre, è qualcosa che al solo pensiero atterrisce). Forse, ci diciamo, che Dio non avrebbe capito e perdonato quella madre? Ma emerge dal Terzo Mondo, là dove si allarga un’intolleranza feroce, in alcuni cristiani, e spesso donne, una determinazione assoluta a restare fedeli. Come se a tutto e anche alla vita si possa rinunciare, ma non a Cristo...