Opinioni

«La vita è sacra». Alexandra per questo è in galera

domenica 19 novembre 2023

Caro Marco Tarquinio,

ora che l’artista e attivista pacifista russa Alexandra “Sasha” Skochilenko è stata condannata a sette anni di carcere per leso bellicismo, ho pensato che fosse più che mai utile capire che cosa l’ha mossa a obiettare pubblicamente alla guerra in Ucraina, anche con l’«eversiva» semina di bigliettini pacifisti in un supermercato di San Pietroburgo. Qui di seguito troverai il discorso intitolato “La vita per me è sacra” che Alexandra ha deciso di rivolgere alla Corte che doveva giudicarla il 3 novembre 2023. So che ti farà piacere leggerlo in forma integrale. E, se credi, condividerlo.

Raffaella Chiodo Karpinsky

Durante il nostro processo, il pubblico ministero mi ha chiesto quali fossero i motivi della mia azione. Dunque, vi dirò di più su questi. Il 24 febbraio 2022, quando sono iniziate le ostilità su vasta scala, la nostra società si è divisa. C'è stata un'enorme spaccatura sociale che ha diviso famiglie, diviso persone care, diviso amici, diviso padri e figli, diviso coppie innamorate. La popolazione della Russia si può dire che si sia divisa in tre gruppi. Un gruppo sosteneva incondizionatamente l’“operazione militare speciale”. Li definirei militaristi: persone vicine allo spirito militare, vicine al cosiddetto romanticismo della guerra, che, onestamente, non capisco. Sì, queste persone approvano davvero l’“operazione militare speciale”, o semplicemente considerano la guerra come un modo possibile per risolvere certi problemi geopolitici. C'è poi un altro gruppo, forse piccolo, a cui io stessa appartengo: i pacifisti. Ci sono sempre stati i pacifisti nella società di qualsiasi Paese, ogni volta che una guerra sia scoppiata. Il movimento pacifista è fiorito soprattutto nel XX secolo, durante la guerra del Vietnam. Molte personalità della cultura e dell'opinione pubblica di allora erano pacifisti, per esempio John Lennon, che a New York espose un gigantesco cartellone con un appello contro la guerra. Pensate che sia stato imprigionato per questo? No, non l'hanno fatto. Esiste, infine, un grande gruppo di persone che hanno un atteggiamento neutrale nei confronti delle azioni militari, a causa del fatto che vivono nel loro comodo mondo e non si preoccupano dei grandi problemi che accadono intorno a loro. Il mio desiderio, è chiaro, è che il gruppo che non sostiene la guerra diventi più ampio, in modo che diminuiscano le persone che non si preoccupano e quelle che sono assolutamente indifferenti a ciò che accade fuori da casa loro. Questo perché credo che la guerra possa finire non grazie alle persone che la combattono bensì grazie alle persone che non vogliono combattere. La mia motivazione si basa su valori umanistici. È stato un percorso importante per me: quando risolvi i tuoi problemi psicologici, i traumi psicologici, ti sottoponi a una psicoterapia e smetti di concentrare l’attenzione su te stesso, sui tuoi problemi di reddito, carriera, status, la tua condizione materiale, rivolgi il tuo sguardo verso gli altri e sei più interessato alle loro vite, ai loro problemi, ai loro dolori, alle loro gioie. Non si tratta soltanto di un lungo percorso che riguarda me, è il lungo percorso dell'umanità: dal momento in cui i malati e gli storpi sono stati gettati da una scogliera a Sparta, al momento in cui abbiamo capito di essere pronti a rinunciare a tutto – case, automobili, soldi, e persino un rene – affinché una persona cara malata terminale possa sopravvivere ancora per qualche mese. Da quando i medici passano ore a lottare con la vita di un bambino prematuro. Da quando si raccolgono milioni affinché una persona con una grave disabilità mentale o fisica, costretta a letto, e incapace di parlare, possa condurre una vita dignitosa. Sono profondamente convinta che la vita sia un grande miracolo. Provate a pensare alla persona di fronte a voi. Per questa persona l’unico mondo è il suo. Magari questa persona ha attraversato un numero enorme di difficoltà. Addirittura, questa persona potrebbe essere stata sull'orlo della morte più di una volta... Quando guardi negli occhi una persona, ti rendi conto che ci sono migliaia di ragioni, migliaia di circostanze per cui è proprio qui, di fronte a te. Viva. A essere sincera, mi viene la pelle d'oca quando ci penso. Pensate cos'è una vita umana. E quanto è difficile concepire questa vita, sopportare questa vita, dare alla luce questa vita, investire la vostra pazienza e tutta la vostra forza, tutto il vostro amore, tutto il vostro benessere materiale in questa vita, in modo che quella creatura così piccola, fragile, innocente, che non riesce ad adattarsi alla vita, cresca diventando, per esempio, un uomo enorme e baffuto, che è tre teste più alto di sua madre. Provate a immaginare quanto sia difficile, quanto tempo ci vuole per farlo e quanto sia facile e veloce togliere questa vita. Basta premere il grilletto: puff, e il gioco è fatto. Non riesco a capacitarmi di come questo possa avvenire, di come le persone possano farlo. Dicono che ho un alto livello di empatia – lo dicono gli psicologi, che probabilmente ne sanno di più – ma io credo di avere un livello di empatia del tutto normale: il livello di empatia che ogni persona nel ventunesimo secolo dovrebbe avere. L'umanità si trova di fronte problemi ecologici globali. Tutti noi, abitanti del globo terrestre, dovremmo unirci e non farci la guerra. Non ha senso contendersi territori, contendersi il petrolio, che distrugge il nostro pianeta, o le centrali elettriche. Non c’è nulla da contendere. Non sono una persona religiosa, ma condivido profondamente gli insegnamenti religiosi, come il buddismo, che predica la nonviolenza. Condivido il cristianesimo, il cui comandamento principale, per me fondamentale, è “Non uccidere”. Provate a pensare a quanto è accurata questa formulazione! Non ci sono virgole. Non si dice “Non devi uccidere – virgola – però se, per esempio, stai difendendo alcuni territori contesi, allora in linea di principio puoi” o “Non uccidere – virgola – ma se pensi che ti colpiranno, puoi fare una azione preventiva”. Il precetto, invece, suona breve e chiaro: non uccidere. So che ci sono persone che hanno valori diversi, che la pensano diversamente da me, ma io volevo e voglio solo che le ostilità finiscano, perché questi sono i miei valori: la vita per me è sacra. Volevo e voglio solo fermare la guerra: questa era ed è la mia motivazione. Non per odio, non per inimicizia, ma per compassione. Volevo e voglio solo fermare la guerra: e non c'è niente di sbagliato in questo, perché sono sicura che tutti, assolutamente ogni persona che si trova in questa stanza, non vogliono che ci sia una guerra. Sì, anche lei, vostro onore. Sì, anche lei, cancelliere del tribunale. Sì, anche lei, pubblico ministero. Nonostante il fatto che lei sia vicino allo spirito militare e, forse, vicino al romanticismo della guerra, nemmeno lei vuole che la gente muoia prima del tempo, che giovani soldati giacciano nei campi, che muoiano i civili. Anche lei, come ogni persona, vuole prosperità, amore, famiglia, benessere... Io, come chiunque altro, ho solo voluto e voglio che tutto questo orrore finisca.

Alexandra Skochilenko


Grazie all’amica Raffaella Chiodo, posso offrire oggi questo spazio di dialogo alla voce di una giovane donna russa: Alexandra Skochilenko, conosciuta anche come Sasha. Cantautrice e scrittrice, è persona in molti modi controcorrente ed è legata a un'altra donna (condizione niente affatto facile nella Russia di Putin). Alexandra è una pacifista coraggiosa. “Avvenire” ha già scritto di lei e un po’ di informazione sul suo caso è affiorata anche su altre pagine, soprattutto digitali. Amnesty International, come sempre, sa esserle a fianco e pungola l’opinione pubblica internazionale impedendo che dilaghino solo silenzio e repressione. Ma ancora una volta ci ritroviamo a constatare che le protagoniste e i protagonisti nonviolenti – sottolineo cento volte questo aggettivo e questa scelta – dell’opposizione russa alla guerra non trovano considerazione sui media occidentali e nei discorsi di politici, analisti e opinionisti. Un destino di sottovalutazione e persino di disprezzo che condividono con gli obiettori alla guerra e con i renitenti agli arruolamenti di ogni altra nazionalità, fede e condizione esistenziale (con eccezioni importanti in quella straordinaria e contraddittoria patria delle libertà che sono gli Usa e nel piccolo cosmo interculturale e democratico che resta Israele anche in giorni di orribile carneficina con Hamas). I russi e le russe, però, subiscono un pregiudizio e una disattenzione davvero speciali in questo strano inizio del XXI secolo, che sembra aver in agenda e negli slogan quanto di peggio avvelenò l’umanità un secolo fa – l’ideologia del nemico, l’esclusione e la sopraffazione del diverso, l’omologazione del pensiero, delle fedi e degli stili di vita – e mostra di aver dimenticato il meglio delle eredità morali del XX secolo, soprattutto della sua seconda metà a lungo segnata dalla ribellione contro la guerra e dal progressivo incontro e avvicinamento tra le grandi culture e le grandi religioni. Ammiro Alexandra, e le sono grato per la dignità e la mitezza della sua battaglia senz’armi che l’ha portata in galera per leso bellicismo. Mi ha commosso leggere nel suo discorso parole gemelle a quelle che ho cercato di seminare, con realismo e speranza, anche col mio lavoro: «Credo che la guerra possa finire non grazie alle persone che la combattono bensì grazie alle persone che non vogliono combattere ». Sono parole che le sono fiorite sulle labbra in un’aula di tribunale, davanti a toghe non imparziali. Questo le rende infinitamente più preziose.