Opinioni

Attacchi intollerabili e dovere di salvare. La vera forza della legalità

Giuseppe Anzani giovedì 4 luglio 2019

Per i governanti la liturgia cristiana ha una speciale preghiera. I governanti cambiano nel tempo, i buoni governanti sono una grazia, i cattivi una sventura. Ma la preghiera è costante. Per i capaci e per gli incapaci. Per i buoni e per i cattivi ("etiam discolis", dice la Scrittura). Ne abbiamo avuti in passato e forse ancora qualcuno.

Ma, fatta la preghiera, invocata sugli incapaci la sapienza e sui discoli il ravvedimento, laicamente da cittadini pretendiamo da tutti loro il rispetto delle regole fondamentali che reggono il villaggio umano, la convivenza civile, la libertà e la giustizia garantita dall’equilibrio dei poteri e delle funzioni sovrane. Almeno il rispetto essenziale delle regole di sistema. Sentire uno dei governanti caricare a testa bassa contro la pronuncia di un giudice della Repubblica, perché non ha confermato i ceppi ai polsi di Carola Rackete, e l’ha invece liberata dicendo che il suo attracco nel porto non è stato un «delitto», ma un «dovere» giuridico, sentirlo coprire di contumelie la giovane comandante della nave di salvataggio, è francamente intollerabile. Ma oltre al clima di odio che ne viene obliquamente alimentato, come attestano gli insulti e le minacce postate sui social, la denigrazione del giudice ("vergogna, tolga la toga" riportano alcuni titoli di giornale) ha un grado diverso; allarmante, perché istituzionale. Noi non siamo disposti a diventare un Paese dove le sentenze si devon fare come piacciono ai governanti, e l’indignazione civile dovrebbe contagiare anche quelli che davanti a simili comizi sembran prostrati in ipnosi.

L’equilibrio dei poteri non sopporta d’essere sovvertito da nessuna arroganza. O verremo al punto che diventerà un sogno, come per il mugnaio di Potsdam, avere «un giudice a Berlino»; o come nel film "Zeta" di Costa Gavras confidare che un piccolo giudice tenga testa all’«orgia del potere»? Perché alcuni politici dicono sempre «gli italiani» come se fossero il loro seguito personale, in totalità invece che in frazione? Le sentenze, quelle sì, sono pronunciate «in nome del popolo italiano», ma per statuto, per missione, per vocazione giudiziaria. Soggette solo alla legge, non al gradimento, o alla paura. I governanti che fanno varare leggi a misura dei vantaggi che dà la durezza di cuore, le ritengono l’ombelico del mondo. Ma il mondo del diritto conosce norme sovranazionali che essi non possono annientare, e Trattati e Convenzioni e Dichiarazioni Universali, e Diritti consuetudinari; doveri civili e infine gli indistruttibili diritti umani. Ho sotto gli occhi l’ordinanza del giudice di Agrigento. Che queste cose le sa. Percorre il diritto con rigore di metodo e saggezza di analisi. Ma per intero. Applica "le leggi di casa nostra", come volevasi. Tutte, però. È legge di casa nostra l’art. 10 della Costituzione, che con l’art. 117 ci innesta nel mondo e vincola il potere legislativo al rispetto degli obblighi internazionali. È legge nostra dunque la grande Legge del Mare (Onu 1982), la Convenzione Sila (Londra 1974), la Convenzione Sar (Amburgo 1979), e quanto in esse si dispone per il salvataggio e l’approdo in porto sicuro. È un crimine punito dalla legge nostra l’omissione di soccorso in mare (art. 1158 del nostro codice della navigazione); e il soccorso non è solo il salvagente gettato ai naufraghi, non finisce col ripescaggio, ma chiede agli Stati l’approdo nel porto sicuro.

Chi ha chiamato l’approdo «violenza a una nave da guerra» (giuridicamente inconsistente: quale guerra, in casa nostra?) forse insieme al grottesco d’una parola tragica confessa ostilità, inimicizia, belligeranza segreta contro i disperati del mare. Non così, non così le leggi, le nostre leggi. E il giudice non ha guardato da miope la sola sequenza dell’attracco, ha voluto vedere tutto il film, tutta la vicenda del salvataggio secondo le leggi, le intere leggi; culminando in quella specifica norma interna (art. 51 del codice penale) che scavalca i divieti quando bisogna adempiere un dovere. Così ha scritto, così ha giudicato. Salvare è dovere, salvare è la «suprema lex». Non per capriccio, non per jattanza, non per obiezione, ma per dovere: bisogna salvare.