Opinioni

Il disastro ferroviario in Puglia. Lo scandalo e il dolore. Il dramma del Sud arretrato

Domenico Delle Foglie mercoledì 13 luglio 2016
Appuntamento con la morte tra gli ulivi della Puglia. Un tunnel verde argento, come si percepisce dalle immagini aeree, dentro al quale scorre quel maledetto binario unico che collega grandi città del Nord Barese con il capoluogo. Sono i treni dei pendolari, degli studenti e delle famiglie, quelli che si sono scontrati frontalmente. Treni utilizzati per spostarsi fra le grandi cittadine che, come grani di un rosario, si incontrano su questa linea ferroviaria interna. Treni locali. Treni del territorio. Treni delle periferie di Puglia. Come ce ne sono tanti nell’Italia profonda.La cronista impietrita dinanzi alle carrozze accartocciate trova solo la forza di ripetere le parole scolpite nel ricordo: «Dov’è Giuseppe?». Le ha pronunciate uno dei tanti ragazzi che sono accorsi sul posto, in piena campagna, per sapere che fine abbia fatto il suo amico. Se è sopravvissuto alla tragedia. Forse oggi lo piangerà, come faranno tante famiglie pugliesi colpite da questo disastro ferroviario che ripropone in tutta la sua drammaticità le condizioni di un Sud che arranca sempre. Che è sempre più silenzioso, che per la gran parte dei media non fa notizia, se non per gli orrori delle mafie e per le rovine di ciò che resta del suo sistema industriale. E che può talvolta gioire solo perché è riuscito, come è accaduto per la Puglia, a promuovere meritatamente un’immagine di terra dell’accoglienza e del buon vivere. Tanto da divenire uno dei luoghi più ricercati per le vacanze, dagli italiani e dagli stranieri.Ma oggi la Puglia piange e con essa piange l’intero Paese. Il numero altissimo delle vittime è un tributo senza precedenti. Quando le agenzie di stampa hanno battuto le prime righe annunciando il disastro, non possiamo nascondere il dolore che ci ha scosso. Poi un sentimento misto di rassegnazione e di rabbia. Cosa possono aspettarsi oggi i meridionali? Abbiamo visto intere generazioni dei nostri figli andare via dalla nostra terra per cercare lavoro e futuro. E per chi resta la prospettiva è quella della precarietà, del lavoro nero, dell’arrangiarsi e del tirare a campare.Solo qualche giorno fa è stata diffusa la buona notizia del Pil meridionale che è tornato a crescere nel 2015 dell’uno per cento, dopo 7 anni di recessione. Un dato che ci ha rincuorato: non siamo perduti. Abbiamo resistito a questa lunga notte che ha distrutto, come una falce tagliente, il lavoro, l’impresa e la serenità delle famiglie. Ma lo Stato, in questi anni dov’era?Chi ha la fortuna di viaggiare sulle Frecce che collegano l’Italia che conta, dovrebbe sperimentare almeno una volta cosa significhi viaggiare nelle periferie del Sud. I ritardi strutturali ci sono, così come gli sprechi documentati da inchieste giudiziarie che hanno travolto l’altra grande società ferroviaria pugliese (Ferrovie Sud-Est) sull’orlo del dissesto e commissariata per cattiva amministrazione. Guai, però, se i meridionali – e con loro le classi dirigenti del Sud – scaricassero le responsabilità su altri. Lo Stato ha il dovere di esserci, di garantire gli standard strutturali, di concorrere alla programmazione, di verificare le condizioni generali di strutture strategiche per gli spostamenti dei cittadini. Sempre in condizione di sicurezza. Il binario ferroviario unico, nel 2016, è l’emblema di un mondo vecchio. Fermo. Cristallizzato nei propri ritardi.Un esempio per tutti: Matera, capitale europea della cultura 2019, è l’unico capoluogo italiano privo di collegamento ferroviario dello Stato. Le ferrovie Apulo-Lucane (altra linea interna) si fermano al borgo La Martella. Chi scrive queste righe oltre trent’anni fa denunciava questo «scandalo». Lo «scandalo» è sempre lì. Una città dalla memoria millenaria come la lucana Matera può diventare un faro culturale, ma per raggiungerla c’è solo la strada. E anche quella lascia (ancora) a desiderare.Quanto è tragicamente accaduto in Puglia deve suonare come una sveglia per tutti. Guai se dovessimo fermarci solo a piangere i nostri morti. Quando per decreto è stato illuministicamente eliminato l’Intervento straordinario nel Mezzogiorno, in tanti, meridionali compresi, si è brindato alla vera unificazione del Paese. A tanti anni di distanza, abbiamo poco da festeggiare. Il Sud è inchiodato, non solo alle proprie drammatiche responsabilità, ma anche alla propria arretratezza. Dalla scuola alle università, dalle ferrovie alle strade, dalle reti idriche alla banda larga. Alzare la voce e reagire è un dovere.