Opinioni

A rischio di sparizione 180 emittenti e 8mila posti. La svolta digitale non uccida il pluralismo delle tv locali

Gigio Rancilio mercoledì 2 febbraio 2011
Più qualità e più offerta. Era questo lo slogan con cui per anni ci hanno "venduto" l’importanza del passaggio alla televisione digitale terrestre. Ci dicevano: vedrete più canali e li vedrete meglio, in qualità digitale, senza più disturbi video. Ci dicevano anche che, grazie al digitale terrestre, avremmo potuto rinnovare da casa la carta d’identità, fare la spesa e compiere le operazioni bancarie. Ma questo è un altro discorso. Oltretutto reso (in parte) obsoleto dai passi in avanti che nel frattempo ha fatto internet.Ora la tv digitale è arrivata in molte parti d’Italia. E quando si vede (ancora oggi molti stanno litigando con impianti di ricezione imperfetti e decoder ribelli), si vede alla perfezione. Tra poco persino in alta definizione. E in futuro magari anche in tridimensionale. Su un punto i conti proprio non tornano: con la televisione digitale avrete più offerta. Non è vero. O almeno, è vero solo in parte e solo per alcuni soggetti. È vero, per esempio, che sono cresciuti i canali Rai e Mediaset, quelli di La7 e – fino all’imminente fallimento – quelli di Dahlia. Ma gli spazi a disposizione delle tv locali si stanno restringendo in maniera preoccupante. Il risultato è che rischiano di sparire 180 emittenti locali su circa 500. Una media di quasi 9 televisioni locali per regione italiana. La denuncia arriva dalle associazioni Aeranti-Corallo e Frt, che raccolgono centinaia di emittenti locali. Dietro la loro protesta non ci sono soltanto cose concrete e vitali come posti di lavoro (ben ottomila, secondo le associazioni), imprese, investimenti, quanto anche beni impalpabili ma non meno importanti come il pluralismo e la libertà. Tutti traditi – secondo le associazioni – dalla legge del 13 dicembre 2010. La quale prevede che nove delle ventisette frequenze del digitale terrestre, appena assegnate alle tv locali, vengano loro tolte per essere destinate agli operatori telefonici per servizi di comunicazione elettronica in banda larga. In soldoni: serviranno a dare sfogo alla sempre maggiore richiesta di accesso a internet attraverso telefoni cellulari e strumenti come l’iPad. Un business per lo Stato – che appalterà quelle frequenze con una gara – di 2 miliardi e 400 milioni, il dieci per cento dei quali andrebbero come «riparazione» alle emittenti locali.A questo punto bisogna aggiungere che le tv locali si offrono di perdere tre frequenze su nove e chiedono allo Stato di prendere le altre sei dalle emittenti nazionali, «che nel frattempo sono cresciute di molto». Ma qui entriamo nella trattativa politica e commerciale. E noi ci fermiamo sulla soglia. Una domanda però resta intatta e urgente: ma la transizione al digitale terrestre televisivo non avrebbe dovuto anche «favorire lo sviluppo del pluralismo e della concorrenza nel settore, consentendo il superamento del sistema oligopolista che ha caratterizzato la fase delle trasmissioni analogiche»? E se è così: come mai oggi tante televisioni locali rischiano la chiusura e con loro noi spettatori l’impoverimento del pluralismo? In fondo, il punto sta proprio qui: il sistema televisivo migliore non è quello che dà voce solo ai più forti, ma quello che riesce a dare voce a tutti. Altrimenti viene davvero difficile comprendere perché l’Italia ha scelto il digitale terrestre invece del più comodo satellite, dove già ora convivono pacificamente centinaia di canali televisivi digitali.