Opinioni

Il caso Baobab. La solidarietà non reato si affermi una volta per tutte

Maurizio Ambrosini giovedì 5 maggio 2022

L’assoluzione dei solidali della onlus romana Baobab Experience («Il fatto non sussiste») è una decisione emblematica nella contesa tra accoglienza umanitaria e chiusura dei confini. Non è un fatto nuovo, perché altre sentenze analoghe l’avevano preceduta, come l’assoluzione di Carola Rackete confermata dalla Cassazione, o quella dei volontari di Linea d’Ombra di Trieste, Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, dediti al soccorso di chi arriva in città dalla rotta balcanica. Finora tutti i procedimenti giudiziari contro persone e ong impegnate in forme spontanee di aiuto verso i migranti, e segnatamente verso i richiedenti asilo, si sono risolti in assoluzioni, ossia in sconfitte per gli accusatori.

Nel caso di Andrea Costa e di Baobab era stata ipotizzata addirittura l’associazione per delinquere, disponendo lunghe indagini, comprensive anche di intercettazioni telefoniche, tanto gravi erano le accuse a carico degli indagati. Sorge spontanea una domanda: se le risorse spese – e sprecate – per perseguire Baobab e altri solidali non potessero essere impiegate per indagare su ben più consistenti reati. Stiamo parlando di risorse scarse, quindi di personale e mezzi distolti da altri obiettivi e dirottati sull’improbabile minaccia rappresentata da chi accoglie persone in transito e le aiuta a compe- rare un biglietto di pullman, senza nessun profitto personale.

Un’altra sentenza, nel frattempo, è stavolta di geometrica potenza, visto che si tratta di un pronunciamento della Corte costituzionale (63/2022), ha stabilito che anche l’aiuto fornito a familiari e parenti non è concepibile come aggravante pur in vicende segnate da irregolarità nel movimento di persone. Non di meno, il mero fatto che questi procedimenti vengano aperti e reiterati ha un significato politico e morale: segnalare il disvalore di queste azioni, stigmatizzarle agli occhi dell’opinione pubblica, ostacolarne la continuazione e riproduzione. E nello stesso tempo intimidire e scoraggiare chi si dedica a tali iniziative umanitarie.

Basti pensare a come le ripetute inchieste contro i salvataggi in mare, le lunghe e minuziose ispezioni a bordo delle imbarcazioni umanitarie, i sequestri di quegli stessi scafi, abbiano ottenuto l’effetto di allontanare per mesi le navi delle ong dal canale di Sicilia, e di rendere ancora oggi complicati e controversi i salvataggi in mare. Il problema non è solo italiano. L’esasperata politicizzazione delle questioni legate all’immigrazione, e il loro sfruttamento in chiave propagandistica, hanno prodotto fra altri effetti tossici un’insensata guerra a chi soccorre, accoglie, rifocilla le persone, senza guardare ai loro documenti. Il principio di sovranità e la difesa dei confini sono stati elevati da alcuni, e anche da una certa magistratura, a valori assoluti, superiori alla protezione della vita e della dignità degli esseri umani.

Negli Stati Uniti d’America i volontari che soccorrono i migranti nel deserto, al confine con il Messico, sono stati colpiti più volte con multe e processi penali. In Francia il noto attivista-agricoltore Cédric Herrou, come diversi altri, è stato condannato nel 2017 e posto agli arresti domiciliari, prima che la Corte costituzionale d’Oltralpe pronunciasse nel luglio 2018 una sentenza di fondamentale importanza, giudicando incostituzionale il 'reato di solidarietà': il sostegno disinteressato a una persona migrante non può essere perseguito, in nome di quel 'principio di fraternità', che va posto sullo stesso piano degli altri due principi fondativi della Repubblica francese, la libertà e l’uguaglianza.

La difesa dei confini e le regole sull’immigrazione vanno contemperate con principi umanitari, segnatamente verso chi fugge da guerre e persecuzioni. Il caso ucraino ce lo sta ricordando. Soprattutto vanno tutelati coloro che, di loro iniziativa e senza interessi personali, si prodigano per soccorrere gli esseri umani. La loro azione, fra l’altro, consente ai poteri pubblici di esercitare i propri compiti di garanzia dell’ordine e della sicurezza, proteggendo nello stesso tempo le persone in arrivo o in transito da gravi pericoli per la loro incolumità, salute e dignità. È lecito sognare, dunque, che s’investa la Corte costituzionale italiana perché si possa arrivare a un solenne e definitivo pronunciamento, in consonanza con quello dei massimi giudici francesi.