Opinioni

Il flusso ininterrotto di pellegrini a Torino. Ostensione, la Sindone ci parla

Francesco Ognibene mercoledì 3 giugno 2015
Perché la Sindone convoca tanta gente? A soli cinque anni dall’ultima Ostensione, cosa spinge da oltre un mese, ogni giorno, dall’alba a sera fatta, un fiume ininterrotto di persone d’ogni provenienza a mettersi in coda per entrare nel Duomo di Torino? Eppure, tutti sanno prima di affrontare viaggi anche interminabili, persino volando su oceani e continenti, che alla fine la sosta davanti al Telo sarà di pochi minuti, non più di tre o quattro. Appena il tempo di uno sguardo, un’emozione, una preghiera. Ma si sa che vale la pena farlo, calamitati da un invito al quale non ci si può opporre. C’è qualcosa che in questo appuntamento con la Sindone, giunto ormai ai due terzi del percorso (e con la visita del Papa all’orizzonte), suona nuovo eppure non ancora visto. Non ci sono polemiche sulla storicità dell’immagine, né problemi per un pellegrinaggio di massa che procede nella più assoluta serenità (superato il primo milione di visitatori, i numeri stanno crescendo rapidamente). È la Sindone che sembra parlare con una voce che non s’era mai udita con questa nitidezza, con un’efficacia che fa presa e cura le nostre ferite aperte. Noi che andiamo per vedere ci scopriamo 'visti' da quell’Uomo enigmatico e silente. Le sue piaghe lungo l’intero corpo, come a farne l’immagine stessa del dolore patìto e accettato, rimandano a sofferenze che lo rendono a tal punto prossimo alle inquietudini, alle ferite interiori, alle speranze coltivate, alle attese tradite, al dolore anche fisico di noi che sfiliamo davanti per pochi attimi, da persuaderci che quello è il luogo dove siamo davvero accolti senza condizioni, col fardello del limite che in questo tempo di affanni irrisolti grava come mai prima su tante spalle. L’eco dell’umanità intera provata da ogni sorta di travaglio – persecuzioni, esodi, guerre angosciose – arriva sino a quella teca nel buio della cattedrale. Il suo grido è ascoltato, compreso, 'assorbito' dentro le piaghe del Crocifisso sindonico, che ha lasciato impresso nel tessuto, insieme a un profilo scolpito col sangue, un nugolo di domande, al mondo e a ciascuno. Perché la sofferenza? In nome di cosa accoglierla – e con lei la vita –, e non maledirla? L’Uomo della Sindone ci parla, e forse mai come ora desideriamo dialogare con lui.