Opinioni

Il direttore risponde. La scuola pubblica non è solo una

giovedì 3 marzo 2011
Caro direttore,da studentessa ho frequentato una scuola statale: lì lavorava don Pino Puglisi, un uomo che a Brancaccio insegnava ai suoi alunni, ai bambini, ai "piccirè", agli "scugnizzi", agli adolescenti, a "disobbedire" ai propri genitori, quando li mandavano sulla strada a rubare... A gettare le armi e a prendere in mano un libro. A cercare una dignità diversa. Un uomo che insegnava ai suoi alunni liceali a cantare "Su ali d’aquila"... Un uomo piccolo piccolo, ma con il cuore da gigante... Un uomo che insegnava ai suoi studenti a guardare oltre le pareti ovattate delle proprie case, a guardare la strada... A donare il proprio tempo ai bambini più sfortunati... Un uomo dal profilo esile, talmente discreto che di lui ci siamo accorti solo dopo che lo hanno ucciso... Un uomo che poi, conoscendo l’ideale di don Bosco, in un’altra splendida scuola, pubblica, non statale, dove mi sono ritrovata a lavorare per un bel po’, mi ha richiamato proprio all’attuazione dell’ideale di don Bosco. Un cerchio che lega l’una e l’altra realtà, pubbliche entrambe, amiche, non rivali, "se" e "dove" c’è serietà e passione, unite insieme verso un progetto unico, volto all’educazione e alla formazione integrale della persona. Un progetto, un sodalizio che, però, oggi troppo spesso viene oscurato dalla banalizzazione gratuita dei contenuti, dal chiudere gli occhi davanti al bisogno primario di fondi ed energie che la scuola statale oggi ha più che mai, con i suoi locali fatiscenti, le strutture inadeguate, dove gli alunni, trenta e passa, stanno spesso stipati al di là di ogni tutela della "pubblica sicurezza", dove migliaia di insegnanti validi svolgono con orgoglio e passione il loro ruolo. Aule dove desideriamo continuare a specchiarci nel sorriso, a volte irridente, a volte gioioso, a volte perplesso, dei nostri allievi, guardando a loro come "uomini e donne" del domani, non stile "reality", ma autentici. Scuole dove possiamo sognarli come persone libere, dallo sguardo consapevole verso se stessi e verso gli altri, capaci di dire un sì e di dire un no, non perché qualcuno ha blandito la loro coscienza, ma perché, dopo aver lavorato su se stessi, dopo aver pensato, riflettuto, argomentato e dibattuto posizioni e opinioni anche opposte e divergenti dal punto di partenza, se ne sono formati uno loro, di pensiero, nel rispetto dell’altro e libero da costrizioni. Questo è stato anche il sogno di don Pino Puglisi, «umile operaio della vigna del Signore» e di una scuola pubblica e… statale! Dove ben venga insegnata a tutti, dal figlio dell’operaio al figlio del medico, la "santa disobbedienza"! E dove amiamo rimboccarci le maniche e sbracciarci, nel silenzio e nell’oblio della dimenticanza, per provare a seminare un seme che, prima o poi, forse, fiorirà.

Marina Di Giorgi, insegnante al liceo classico a Palermo

Caro direttore,le affermazioni di Berlusconi, secondo le quali nelle scuole statali ci sono insegnanti che trasmettono agli alunni insegnamenti contrari alle convinzioni vissute in famiglia, hanno suscitato le reazioni furibonde dell’opposizione. Ma è una verità che tutti constatiamo. Recentemente un mio ex allievo di scuola media paritaria, cattolica, mi manifestava il suo sconforto, la sua impotenza di fronte ai frequenti attacchi alla Chiesa da parte dell’insegnante di filosofia. È naturale che l’alunno sia disarmato dinanzi al professore, che ha sempre ragione. Vigliaccamente approfitta di non avere davanti a sé un Vittorio Messori, un cardinale Ravasi, un professor Zichichi, ma un imberbe adolescente cattolico. Tra l’altro in quel liceo non c’è l’ombra di un Crocifisso. Alla fine di novembre la famiglia ha deciso di iscrivere il figlio nuovamente nella nostra scuola, in terza liceo, affrontando un notevole sacrificio economico, compresa la sostituzione dei libri di testo. Le sfilate vocianti con cartelli che irridono la scuola "privata" dimostrano chiaramente che tipo di informazioni si trasmettono a scuola. Chi spiega agli alunni che la loro frequenza gratuita è in virtù delle tasse pagate anche da quei genitori che mandano i figli alla scuola pubblica non statale, pagandola una seconda volta? A Berlusconi dico che, se ha quelle convinzioni, perché non consente alle famiglie di scegliere la scuola a parità di condizioni? Gli fanno comodo quei 6 miliardi di euro che la scuola non statale gli fa risparmiare! Ma si tratta di un furto verso chi ha già pagato e che nessuna nazione europea commette. E il Pd è complice da sempre.

Italo Castelli, Torino

Ho scelto le lettere di due insegnanti, entrambe intense e in diversissimo modo belle e pressanti, per tornare una volta ancora – dopo le recenti e assai controverse affermazioni polemiche del premier Berlusconi sulla «scuola di Stato» – ad affrontare il gran tema dell’istruzione pubblica in Italia. Troppi continuano a usare l’aggettivo «pubblico/a» come sinonimo di «statale». Non è così: c’è una dimensione pubblica che non è dello Stato, e ci sono attività e servizi pubblici che lo Stato non promuove né eroga in modo esclusivo. La scuola, forse, è l’esempio più calzante, anche se viene continuamente scalzato – per forza o per pigrizia – dall’elenco. Proprio per questo non ci si può arrendere. E noi, da cittadini attenti al bene comune e innamorati della fondamentale libertà educativa delle famiglie, continuiamo a porre il problema e a indicare la mèta di realizzare un sistema compiuto di istruzione pubblica, capace cioè di reggersi e di procedere spedito sulle due gambe: quella della scuola statale e quella della scuola non statale paritaria. Lo ripetiamo anche oggi. Avvertendo che tutto il resto è propaganda e disinformazione, e sapendo bene che subiamo dosi d’urto di entrambe. Il danno che deriva dal non riconoscimento effettivo del ruolo pubblico (sancito formalmente dalla legge che dal 2000 attua la Costituzione, ma non assicurato da un equo sostegno economico da parte dello Stato: appena 530 milioni di euro l’anno) di una scuola paritaria gabellata per «privata» è assai grave. Tanto quello che è prodotto dalla critica indiscriminata (nonché dalla fatica organizzativa e gestionale e dalla povertà crescente pur nella formale ricchezza di risorse: oltre 57 miliardi di euro l’anno) di una scuola statale presentata come la sola davvero «pubblica». Se a tutto questo si aggiunge, e anche qui mi ripeto, la perdita di ruolo e di prestigio sociale della classe insegnante – una delle risorse più preziose di un Paese – ecco spiegato perché il quadro si fa nero e le preoccupazioni diventano sempre più pesanti e motivate. Alla scuola serve la più strutturale delle riforme: darle finalmente tutte e due le gambe, capire e far capire – come dice, con felice sintesi, la professoressa Di Giorgi – che scuola statale e scuola paritaria sono «pubbliche entrambe, amiche e non rivali». Insieme, siano la scuola di tutti.