Opinioni

Il voto per la Casa Bianca, le partite di Damasco e Teheran. La nebbia americana e due incubi in agguato

Fabio Carminati domenica 4 novembre 2012
Come avviene pun­tualmente ogni quattro anni, nei mesi e giorni che precedono l’elezione del presidente degli Stati Uniti d’America sugli scenari mondiali cala una fitta nebbia: tutto si cristallizza eppure si fa più indistinto, in attesa dell’evento. Persino là dove le questioni sono aperte in modo più lancinante. E mai come quest’anno lo scacchiere più caldo è indubbiamente quello mediorientale, dove Siria e Iran rappresentano il cuore di una situazione a dir poco intricata.Si percepisce però, proprio in queste crisi, una sorta di "contenimento" della temperatura di ebollizione. Con un "surplace diplomatico", frutto di un tacito assenso internazionale, che impedidce accelerazioni vistose in questo tempo di vigilia. E così sarà fino all’insediamento a Washington del nuovo leader. Tanto più che, quest’anno, l’elezione del nuovo inquilino della Casa Bianca coincide con il decennale avvicendamento, nel 18° Congresso del Partito comunista cinese, ai vertici del potere a Pechino. Il caso siriano è emblematico. Damasco sta vivendo una sorta di realtà a due velocità: da un lato l’inasprimento della repressione di regime, l’esatto contrario di quanto aveva fatto sperare la finta tregua, naufragata ancor prima d’iniziare, nella festa islamica del Sacrificio; dall’altro il continuo girare a vuoto dell’inviato delle Nazioni Unite e della Lega Araba, Lakhdar Brahimi, che sembra ormai prossimo ad annunciare la resa (come, prima di lui, ha fatto Kofi Annan).Appare, quindi, sempre più verosimile che la possibile svolta nella tragica situazione siriana venga prodotta dal cosiddetto "intervento esterno", anche perché – per ammissione stessa dei vertici dell’intelligence statunitense – gli insorti non hanno «né la forza né le capacità» di scalzare da soli Bashar el-Assad dal suo trono di rais. Intervento che se davvero si realizzerà (e non è un mistero che in tal senso spingono il governo parigino e, almeno in parte, altre cancellerie europee), difficilmente potrà avere il "cappello" delle Nazioni Unite, disfatto prima di tutto dalla Russia e in seconda battuta dalla Cina. Si tratterebbe, sinomma, di una rischiosa azione unilaterale – neanche sul modello di quella imbastita contro la Libia di Gheddafi – e, stavolta, con un impegno prevalente dei Paesi del Golfo ostili ad Assad. Comunque, tragicamente, una scelta di guerra.Ma, in attesa della svolta, la Siria non è in pace. La nebbia diplomatica non riesce a nascondere che quella terra e quella civile convivenza continuano a essere devastate dai combattimenti, dai raid dei caccia del regime e dalle scorribande di qaedisti travestiti da insorti che si accaniscono con chiunque abbia una concezione dell’islam diversa dalla loro o una differente fede, prime vittime come sempre i cristiani. Il "problema Iran" è per certi versi simile, almeno per quanto riguarda l’incubazione di un redde rationem.Due settimane fa gli israeliani hanno dimostrato "tecnicamente", bombardando con i loro caccia una fabbrica di armi a Khartum in Sudan, di essere ormai in grado di "andare da soli" e di poter colpire direttamente le strutture nucleari iraniane. Con una rifornimento in volo (magari da parte di aerei cisterna americani), l’aviazione con la Stella di David è infatti ormai in grado di compiere (senza bisogno di scali tecnici in terra araba) un raid diretto sull’impianto "segreto" di Fordow e negli altri siti iraniani nei quali si sospetta si stia armando la bomba atomica. Se il problema – diciamo così – logistico di un atto di guerra così forte e risonante appare superato, restano il problema morale e umanitario e, ovviamente centrale, quello politico. Che ha molte facce. Ma, in particolare, un profilo a stelle e strisce. Il go , il via libera all’attacco inevitabilmente (per tradizione, equilibri e coperture internazionali) potrà e dovrà arrivare dal nuovo presidente statunitense. Non è un mistero, perciò, che in Israele i fautori della prova di forza stanno tifando Mitt Romney, memori dell’attendismo che ha segnato i quattro anni di presidenza Barack Obama sulle storiche "questioni mediorientali". Per questo, martedì notte, sarà soprattutto a Damasco e a Teheran che televisori e computer resteranno accesi.