Opinioni

Bettamin e il partito dell'eutanasia. La morte sconvolta

Francesco Ognibene giovedì 16 febbraio 2017

Un uomo muore per l’aggravarsi della sua malattia. Pochi giorni prima aveva chiesto che lo aiutassero a vincere il dolore e l’angoscia che si erano fatti intollerabili e refrattari ai farmaci. I medici hanno constatato che ormai gli restava poco da vivere, che non c’era altro da fare che alleviare quella sofferenza senza scampo, indurre il sonno più profondo, sospendere ogni intervento che potesse prolungare un’agonia divenuta insostenibile. E attendere la fine, arrivata in breve tempo. Ecco, esposti nella loro nuda essenza, i fatti accaduti a Montebelluna, nella stanza dell’abitazione dove il signor Dino Bettamin, 70enne, una vita di lavoro in macelleria, un pezzo d’uomo piegato da cinque anni di Sla, si è spento senza avvertire dolore, sedato e non più cosciente, raccogliendo l’ultimo respiro dal ventilatore polmonare che si era da tempo sostituito ai suoi muscoli messi fuori uso dal male e che non aveva mai chiesto di spegnere.

Una vicenda, nella sua drammaticità, del tutto comune quant’è comune il morire per cause naturali, assistiti da chi somministra cure e interventi proporzionati al progredire inarrestabile del male, applicando protocolli collaudati col pieno consenso del paziente e dei familiari. Una morte che dovrebbe restare protetta nell’abbraccio degli affetti più prossimi e non certo espropriata per alimentare la vorace macchina dell’informazione. Invece per due giorni la storia del signor Dino da Montebelluna – «una persona buona, che ha portato la propria sofferenza con grande coraggio, attaccato profondamente alla vita», un uomo di fede vera, come riferisce il suo parroco – ha occupato siti di news e telegiornali, quotidiani, radio e social network. Come se dal suo letto il paziente veneto avesse voluto inviare un messaggio in codice al Paese, mentre chiedeva solo di morire in pace e senza soffrire: un diritto elementare, riconosciuto dall’umana solidarietà assai prima che dalla legge italiana, dove peraltro è già scolpito.

Cosa abbia spinto allora a profanare la morte del signor Dino arruolandolo come involontario testimonial della campagna mediatica, culturale e politica per ottenere una legge sulle decisioni di fine vita che esalti la libertà individuale e il diritto di scegliere modi e tempi della propria fine - «si è fatto addormentare per morire» il titolo più ricorrente ieri - attiene a un malcostume dilagante e persino osceno che fa perno sui "casi umani" per calare sul tavolo dell’opinione pubblica le carte emotive utili alle campagne del momento. Come quella, ritornante, pro-eutanasia. La velata polemica con quanti sarebbero contrari alla sedazione palliativa nel nome della vita "a ogni costo" è il corollario di questo teorema sommario, che presume l’esistenza di chi addirittura non vorrebbe neppure veder alleviato il dolore.

Una deformazione deliberata e spicciativa, funzionale ad asserire che «la realtà è più avanti delle nostre leggi»... Mentre la realtà semplicemente chiede di essere letta per ciò che davvero racconta, e non con la lente di quello che si vuole dimostrare, senza fermarsi neppure davanti alla morte di un essere umano.

Malgrado i fatti fossero ormai chiari, e numerosi medici smentissero ogni ipotesi eutanasica nella scelta del signor Dino, molti sono andati avanti ancora ieri, imperterriti, a parlare di 'dolce morte' facendo capire che sarebbe stata la sedazione e non la Sla la causa del decesso. Si è omesso di annotare che il paziente era terminale e non aveva chiesto di interrompere la respirazione assistita, come invece volle Piergiorgio Welby, che da dirigente radicale decise di usare il proprio corpo prigioniero della distrofia muscolare come strumento di una libera e dolorosa battaglia politica, fino alla morte procurata. Anche sul corpo del signor Dino da Montebelluna è stata compiuta un’operazione politica. Si è fatta calare nel dibattito pubblico una nebbia concettuale e informativa originata da una ingiustificabile confusione sui termini che, a ben vedere, suonano persino offensivi: adombrare una volontà di morire in un uomo che chiedeva solo di andarsene senza soffrire è un affronto alla sua dignità e alla memoria che lascia. Non chiedeva la morte, ma solo un ultimo metro di vita piena, libera dal dolore. Come i pazienti che non reclamano il 'diritto di morire', ma più terapie, più attenzione, più cure palliative, più supporto non solo sanitario, più sostegno alla loro famiglia.

In Italia esiste già un grande diritto, il «diritto del cittadino ad accedere alle cure palliative e alla terapia del dolore»: sta scritto da sette anni all’articolo 1, primo comma, della legge 38, approvata all’unanimità dalle Camere, forse la legge più civile del mondo in materia. Ora si finge di non conoscerla per reclamare altro. L’eutanasia? Lo si dica apertamente, ma lasciando in pace Dino Bettamin e quanti, come lui, stanno percorrendo l’ultimo, umanissimo tratto del loro cammino.