Opinioni

Il campione del basket Usa. Kanter: «La mia sfida: i diritti negati in Turchia»

Mauro Berruto venerdì 16 aprile 2021

A colloquio con Enes Kanter, campione del basket Usa, di origini turche, voce delle vittime del 'regime'di Erdogan Prendere rimbalzi è un lavoro sporco, ma qualcuno lo deve pur fare. Se giochi a basket e tutti da te si aspettano quel lavoro, non hai grosse alternative. Usi i gomiti, impari il taglia-fuori, ne prendi e ne dai. I migliori rimbalzisti della storia della NBA sono stati, nell’ordine, Wilt Chamberlain, Bill Russell e Kareem Abdul-Jabbar. I primi due, nel 1968, si riunirono in uno spogliatoio per cercare di convincere le proprie squadre a non scendere in campo, il giorno dopo l’assassinio di Martin Luther King. Bill Russel, in particolare era (a 87 anni, ancora è) un attivista, premiato dal Presidente Barack Obama con la più alta onorificenza civile: la medaglia Presidenziale della Libertà. Kareem Abdul-Jabbar ha lottato con la stessa intensità, sotto canestro e per l’uguaglianza, e la sua carismatica voce si è fatta sentire a supporto del movimento Black Lives Matter.

Prendere rimbalzi è qualcosa che sa fare egregiamente Enes Kanter, 28 anni, superstar dell’NBA di oggi, nel cui pantheon ci sono quei tre giganti. Lui, tuttavia, arriva dal nostro continente, da quella Turchia che nomina abbassando lo sguardo, come trafitto da una nostalgia irrisolvibile, e il cui governo lo considera un terrorista. Ho incontrato Enes Kanter nelle poche ore che separavano due match della sua Portland: contro Detroit, la sera prima, e poi Miami, poche ore dopo la nostra chiacchierata. Ho fatto l’allenatore e, posso assicuralo, non ho mai incontrato una tale disponibilità e una voglia di guardare altrove, come in questo ragazzo a cui hanno tolto passaporto, famiglia, nazionalità e che insiste con coraggio a combattere e a prendere rimbalzi. Ne aveva presi trenta la sera prima, un record storico. «Prendere rimbalzi è qualcosa che ha a che fare con l’aiutare gli altri, è una specie di dono di Dio. In qualche modo intuisco dove la palla andrà a finire e faccio il mio lavoro. Prendere un rimbalzo dà grande fiducia alla squadra, regala una seconda opportunità. È soprattutto un fatto di volontà».

Si può immaginare che questo gigante sia un incubo per i suoi avversari sotto canestro, ma a guardarlo, non si capisce come sia possibile vedere in lui un pericoloso terrorista. Il suo sorriso non si spegne, ma cambia significato: «Te lo spiego – mi dice – questo è il mio decimo anno negli Usa e nelle prime due stagioni non pensavo ad altro che al basket. Poi nel 2013 in Turchia ci fu un grande scandalo di corruzione. Erdogan era Primo Ministro e lui, la sua famiglia, alcuni membri del Congresso ne furono coinvolti. Gli investigatori trovarono delle registrazioni dove parlava con suo figlio e altri politici di quel denaro sottratto alla gente. Impazzì, letteralmente, e incominciò a incarcerare tutti coloro che si occupavano di quel tema. Ancora oggi la Turchia è fra i paesi con il più grande numero di giornalisti in carcere e non c’è libertà di stampa. Così ho pensato che il mio compito dovesse essere quello di parlare dei diritti umani, della libertà di espressione o religione. Ogni volta che faccio un tweet su questi temi, diventa virale. Erdogan odia tutto questo. Lui vuole il mio silenzio. Ecco perché devo essere la voce di chi non ha voce».

Enes Kanter sa che la libertà ha un prezzo che lui sta pagando e che il suo contratto milionario con Portland non potrà mai risarcire. «Mio padre era professore di genetica all’Università della Tracia. È stato licenziato, arrestato, condannato a 15 anni di prigione. Mia madre è un’infermiera, mia sorella ha studiato medicina per sei anni e non lavorano. Mio fratello gioca a basket ed è stato letteralmente cacciato da tutti i club turchi. Tutto questo per via del loro cognome. Mio padre è stato costretto a fare una dichiarazione a mezzo stampa disconoscendomi, chiedendomi di cambiarlo, quel cognome, per aver infangato l’onore della Turchia. Fu uno dei giorni più duri della mia vita». Il padre di Enes, grazie a pressioni internazionali, è stato scarcerato nel 2020, ma questa superstar che con un tweet può raggiungere milioni di persone, non si ricorda neppure quando è stata l’ultima volta che ha potuto parlare con la sua famiglia. «Mio padre è stato liberato, ne sono felice, ma il mio lavoro non è finito. Ci sono ancora tantissimi prigionieri politici, giornalisti, donne che sono in carcere e che hanno bisogno di aiuto. Non mi fermerò finché anche queste persone innocenti saranno libere».

Quando parliamo di che cosa gli succederebbe se tornasse oggi in Turchia, lo sguardo scappa di nuovo da un’altra parte. «Hanno segnalato il mio nome all’Interpol. Ho informazioni certe che, durante la presidenza di Donald Trump, Erdogan gli chiese personalmente la mia estradizione, ma io, negli Stati Uniti, non ho mai preso neppure una multa per il parcheggio. Se tornassi in Turchia sarei portato immediatamente in carcere, torturato come migliaia di altre persone. Forse leggereste che sono morto suicida o avvelenato da qualche fanatico. Certamente non sentireste mai più una mia parola».

La Turchia rivendica la volontà di diventare a tutti gli effetti parte della Comunità Europea. Già, l’Europa, il continente dove è quasi impossibile sentire un atleta in attività parlare di diritti umani. «Quello che faccio non è politica, non ho mai detto 'vota per questo o per quel partito'. Parlo di diritti e di democrazia. Vorrei lo facessero non solo gli atleti, ma i cantanti, i rapper, gli attori. Grazie ai social media queste star possono ispirare milioni di ragazzi affinché, da adulti, non debbano vedere ciò che oggi vediamo noi. Le nuove generazioni devono essere consapevoli dei propri diritti, lottare contro i regimi, i dittatori, i bulli». Enes Kanter è informato su tutto, dal sofagate di Ursula Von der Leyen alle recenti dichiarazioni del nostro Primo Ministro, Mario Draghi. «In questo momento, in Turchia, ci sono 17.000 donne innocenti in prigione e circa mille bambini stanno crescendo in cella, con le loro madri. Donne innocenti che, come dicono i report di Amnesty International, vengono torturate e violentate. Erdogan non ha il minimo interesse riguardo ai diritti delle donne. Poche settimane fa è uscito dalla Convenzione di Istanbul il cui scopo è proteggere le donne dalla violenza domestica. È incredibile. Quando ho visto Ursula Von der Leyen che non sapeva do- ve sedersi, beh se fossi stato Erdogan mi sarei alzato e le avrei offerto la mia sedia. Perché così si fa con gli ospiti, nel mio Paese. Sono stato felice quando ho sentito il vostro Premier definire Erdogan ciò che è: un dittatore. Ho ripetuto questa cosa ogni giorno negli ultimi sette anni. Così, quando ho letto quella dichiarazione, ho postato una frase: ' Wake up, world', perché voglio che ogni persona sappia ciò che Erdogan realmente è».

Fra poche settimane un grande evento sportivo si disputerà a Istanbul, la finale di Uefa Champions League e c’è chi sta chiedendo di spostarla in un’altra nazione. «Devo essere onesto, amo il calcio più del basket e se devo scegliere tra due match in tv, beh, guardo il calcio. La finale di Champions League è uno degli eventi sportivi più importanti in Europa, ma quando in un Paese ci sono così tanti problemi con le violazioni dei diritti umani, se ci fosse una possibilità, pur capendo quanto sia difficile, vorrei che non si giocasse lì. Finché il mio Paese non risolverà il suo problema con la democrazia, credo che nessun grande evento sportivo dovrebbe svolgersi a Istanbul o in Turchia. La soluzione? Dovrebbero essere i calciatori a dire 'noi non vogliamo giocare in un Paese dove i diritti umani sono violati e la stampa non è libera'. Lo sport è così importante nelle nostre vite che dovremmo usarlo come strumento di pace. E quando non c’è pace in un Paese, quel Paese non dovrebbe ospitare eventi sportivi, finché la pace non si manifesta».

Ascolterei all’infinito la sua visione di sport, il suo richiamo alla responsabilità degli atleti, ma fra cinque ore Enes dovrà scendere di nuovo sul parquet a cercare di conquistare rimbalzi. Il mio tentativo di ringraziarlo per aver fortemente voluto trovare questo tempo, si infrange contro la sua ultima affermazione: «Ciò di cui abbiamo parlato è più importante dello sport. Quando mi ritirerò e guarderò indietro dirò: ok, quella volta ho preso 30 rimbalzi ed è una bella cosa. Tuttavia la domanda alla quale voglio rispondere quando mi sarò ritirato è un’altra: quante vite ho cambiato? Quanti cuori ho toccato? Quante persone ho ispirato?». Una in più, Enes. Grazie.