Opinioni

Il Papa indica la «strada della Chiesa» ai cardinali. E non solo. La logica della «guarigione». Con lo sguardo al Sinodo

Stefania Falasca martedì 17 febbraio 2015
Il Papa indica la «strada della Chiesa» ai cardinali. E non solo Il Papa è il supremo garante visibile della rivelazione. È lui il custode della retta fede. La missione specifica del Successore di Pietro è di confermare i fratelli nella fede. Il magistero del Papa (e dei vescovi in comunione con lui) con l’assistenza dello Spirito Santo «assicura dunque il contatto con la fonte originaria e offre la certezza di attingere alla Parola di Cristo nella sua integrità», come spiega il cardinale Müller, attuale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. E proprio in quanto custode della fede che cosa ci dice papa Francesco? Questo: che «la strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella della misericordia e dell’integrazione»; che «la strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno»; «quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle periferie dell’esistenza»; «quella di adottare integralmente la logica di Dio», quella cioè «di seguire il Maestro che disse: 'Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati, io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori'»; che «la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita! (cfr 1 Cor 13)». Questo ci insegna papa Francesco, assolvendo così al suo dovere di Successore di Pietro.  Queste parole Francesco le ha pronunciate domenica, davanti ai nuovi e ai vecchi cardinali, in un’omelia che esprime in profondità e con forza un chiaro sguardo ecclesiologico. Parole che fanno ancora riflettere sul compito della Chiesa e sulla natura della sua missione, che non è quella di porre barriere, dogane, e di chiudersi nel proprio recinto, ma di uscire e di lasciar uscire Cristo. E sono certamente destinate a segnare il percorso verso il Sinodo sulla famiglia del prossimo ottobre. Anche, par di capire, riguardo alla particolare e delicata questione dei divorziati risposati, in quei passaggi in cui Francesco si sofferma a parlare degli atteggiamenti di fronte ai «lontani, ai sofferenti e agli emarginati per qualsiasi motivo».  Il Papa infatti, come sempre partendo dalla Scrittura, ha spiegato l’episodio evangelico della guarigione del lebbroso, che secondo la legge mosaica andava emarginato dalla città e isolato. «Gesù, nuovo Mosè – dice Francesco – ha voluto guarire il lebbroso, l’ha voluto toccare, l’ha voluto reintegrare nella comunità», senza pregiudizi, senza preoccuparsi del contagio, e senza «i soliti rimandi per studiare la situazione e tutte le eventuali conseguenze!». Gesù, dice Bergoglio, non ha paura delle «persone chiuse che si scandalizzano di fronte a qualsiasi apertura, a qualsiasi passo che non entri nei loro schemi mentali e spirituali, a qualsiasi carezza o tenerezza che non corrisponda alle loro abitudini di pensiero e alla loro purità ritualistica».  La finalità della normativa mosaica era di «salvare i sani, proteggere i giusti e, per salvaguardarli da ogni rischio, emarginare 'il pericolo' trattando senza pietà il contagiato». Ma Cristo «rivoluziona e scuote con forza» quella mentalità «chiusa nella paura e autolimitata dai pregiudizi». Non abolisce la legge di Mosè ma «la porta a compimento», apre nuovi orizzonti rivelando pienamente la logica di Dio: la logica dell’amore che non si basa sulla paura, ma sulla libertà, sulla carità.  «Guarendo il lebbroso, Gesù non reca alcun danno a chi è sano, anzi lo libera dalla paura; non gli procura un pericolo, ma gli dona un fratello; non disprezza la legge, ma apprezza l’uomo per il quale Dio ha ispirato la legge». Anche oggi accade, dice Francesco, di trovarci all’incrocio di queste due logiche: «Quella dei dottori della legge, ossia emarginare il pericolo allontanando la persona contagiata, e la logica di Dio che con la sua misericordia abbraccia e accoglie reintegrando e trasfigurando il male in bene, la condanna in salvezza e l’esclusione in annuncio». L'isolamento in una casta non ha nulla di autenticamente ecclesiale. Perciò, afferma il Papa rivolgendosi ai cardinali, «vi esorto a servire Cristo crocifisso in ogni persona per qualsiasi motivo emarginata. Questa è la logica di Gesù, questa è la strada della Chiesa: non solo accogliere e integrare con coraggio evangelico quelli che bussano alla nostra porta, ma andare a cercare, senza pregiudizi e senza paura, i lontani manifestando loro gratuitamente ciò che noi gratuitamente abbiamo ricevuto». E infine conclude: «In realtà, sul Vangelo degli emarginati, si scopre e si rivela la nostra credibilità! Chi dice di rimanere in Cristo, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato!». È questo il comandamento supremo della carità. Quella espressa da san Paolo. Quella carità senza la quale nessun uomo è uomo.  Non è certo la prima volta che papa Francesco lo afferma. E qualcuno potrebbe dire che il Papa si ripete. Ma anche Giovanni, apostolo e vescovo di Efeso, si ripeteva. Vecchio, si faceva portare nell’assemblea dei suoi fedeli e arrivato là faceva sempre la stessa predica: «Figlioli miei, andate incontro a tutti, abbiate misericordia, amatevi come Cristo vi ha amato». «Ma padre – gli dissero – è sempre la stessa predica, non si può cambiare?», e il vecchio vescovo: «È il precetto di Dio, basta mettere in pratica questo. Perché il Signore ha detto: 'Da questo riconosceranno che siete i miei discepoli'».