Opinioni

Da tradizione civile e rete lezioni di "altruismo". La logica del caffè sospeso

Leonardo Becchetti giovedì 27 giugno 2013
Il caffè sospeso è un’antica usanza "altruistica" napoletana. Che consiste nel lasciare al bar un caffè pagato per la prima persona che non fosse in grado di pagarlo. Per ravvivare questa pratica esiste oggi una rete di bar che ha deciso di rilanciarla. La notizia non è nuova ai lettori di "Avvenire", ma ci dà l’occasione per fare il punto su una questione importante. Che ruolo hanno cooperazione, dono e altruismo in una società e in una cultura che sembra (e dice di) essere fondata sull’autointeresse? Gli studi delle scienze sociali e di quelle naturali sembrano in realtà suggerire qualcos’altro convergendo sul ruolo cruciale di attitudini pro-sociali e di cooperazione nell’evoluzione delle società.Sin dai tempi in cui le popolazioni primitive per sopravvivere dovevano cacciare in gruppo grandi animali la vita sociale ed economica è, infatti, costituita essenzialmente da dilemmi sociali, ovvero da situazioni nelle quali il coordinamento degli sforzi, il ragionare col "noi" e l’attitudine cooperativa produce maggiore fertilità sociale della paralisi degli egoismi individuali. In sostanza, tutti i rapporti avvengono in contesti di asimmetria informativa (non sappiamo bene chi abbiamo di fronte), contratti incompleti (non ci sono clausole in grado di proteggerci perfettamente da ogni possibile abuso della controparte) e limiti della giustizia. In questo contesto la cooperazione è a rischio perché richiede fiducia e la fiducia significa mettersi nelle mani dell’altro con il rischio di non essere ricambiati.Un altro versante degli studi dimostra che i comportamenti pro-sociali (in particolare quelli realizzati con motivazioni non autointeressate) contribuiscono significativamente alla soddisfazione di vita di chi li pone in atto. Come probabilmente accade anche nel caso del caffè sospeso, la relazione è biunivoca. La mia disposizione interiore favorevole mi spinge a lasciare il caffè pagato, ma l’atto che compio rafforza tale disposizione. Riassumendo, l’analisi d’insieme di tutti gli studi sperimentali in materia ci dice che soltanto una minoranza delle persone si comporta da homo economicus, ovvero in modo miopemente autointeressato. Tra le principali determinanti dei comportamenti prosociali troviamo l’altruismo strategico (faccio qualcosa per l’altro perché mi aspetto qualcosa in cambio), l’altruismo puro (i donatori di sangue o i donatori anonimi non possono essere altruisti strategici), l’avversione alla diseguaglianza (tutti gli esseri umani per una questione empatica provano fastidio quando vedono altri esseri umani in difficoltà, anche se talvolta cercano di rimuovere il problema) e la reciprocità (per la quale ci si sente portati a ricambiare un gesto gentile di cui si è stati oggetto). Fattori che ostacolano la prosocialità sono l'avversione al rischio (chi si fida rischia) e l’avversione al tradimento, per la quale esistono persone che soffrono particolarmente le ferite subite in episodi passati di fiducia non ricambiata.Un dato molto interessante è che l’avvento della rete, del web, rendendo più concreto e presente il concetto di comunità, sembra aver dato nuova spinta ai comportamenti pro-sociali. Confutando lo stesso pensiero economico riduzionista. Prima della rete, eravamo soliti insegnare che si produce troppa poca conoscenza, perché la conoscenza è un bene pubblico. Dunque, poiché chi la produce non può sfruttare economicamente tutte le ricadute della conoscenza prodotta, l’interesse a produrre conoscenza ne risulta attenuato. L’esplosione dei creative commons, ovvero delle costruzioni di sapere gratuitamente costruite dal basso in rete (si pensi a Wikipedia, l’enciclopedia gratuita online o ai gruppi di lavoro che sviluppano conoscenze scientifiche in rete) ha clamorosamente smentito questa predizione. Dimostrando che la motivazione per la quale gli individui contribuiscono all’avanzamento dei saperi può essere assolutamente svincolata da quella economica e dipendere dal gusto di mettere la propria creatività al servizio degli altri e di fornire spalle su cui altri potranno salire.Un dibattito annoso nelle scienze sociali è quanto i comportamenti pro-sociali sono autointeressati o "puramente altruistici". Per i più radicali, l’altruismo c’è solo quando non esiste contraccambio al proprio gesto. La logica dell’umanesimo cristiano è un po’ diversa e si fonda sulla categoria fondamentale della relazione. Il comportamento pro-sociale è innanzitutto riconoscimento e corrispondenza con un’identità relazionale che è la cifra profonda della nostra umanità che ci è stata rivelata e che abbiamo riconosciuto come vera. E ogni gesto "altruistico" ha come riferimento diretto o indiretto il volto di un altro con cui vogliamo porci in relazione riconoscendone identità e bisogni. Non è un caso che negli esperimenti anche la più piccola presenza di riconoscimento dell’altro del gesto compiuto, anche in assenza di un’altra e positiva reciprocità, aumenta la propensione al gesto prosociale. Persino nei casi più estremi di sacrificio del sé, dunque, l’altruismo è sempre risposta a una chiamata ed è veicolo per rendere più viva e piena una relazione a cui tendiamo e che rappresenta il nostro destino.<+copyright>