Opinioni

L’allarme del Papa e una geografia delle interdipendenze. La globalizzazione «buona» che può fermare le guerre

Raul Caruso sabato 23 agosto 2014
​Papa Francesco ha evidenziato la gravità della situazione mondiale identificando l’esistenza di una «Terza guerra mondiale combattuta a pezzi» in virtù dei numerosi luoghi in cui vi sono crudeli conflitti e manifestazioni di violenza. Esiste una varietà di cause, culturali e religiose, ma anche di opportunità politiche che hanno fatto esplodere o in alcuni casi hanno rafforzato sanguinosi conflitti in Medio Oriente, Africa ed Europa orientale. A queste, è necessario aggiungere alcuni aspetti comuni di natura economica che si sono manifestati in questi ultimi anni e che hanno contribuito a questo stato di cose. I diversi territori oggi interessati da questi conflitti, infatti, sono fuori dalle reti consolidate della globalizzazione. A dispetto dei termini in voga, l’integrazione dell’economia degli ultimi anni, infatti, non è stata realmente globale. Nei fatti, nel sistema economico internazionale abbiamo assistito al consolidamento di un processo di integrazione commerciale e produttiva del continente asiatico, in particolare di Cina, con Europa e Nord America. Misura chiara di tale evoluzione è la composizione dei flussi commerciali. Nelle regioni pienamente globalizzate, essi sono caratterizzati  principalmente da beni manufatti: il 65% delle esportazioni nordamericane, il 75% di quelle europee e il 77% di quelle asiatiche. Altre regioni del mondo, invece, sono rimaste per ragioni diverse, fuori da una piena integrazione con l’economia mondiale ed, infatti, presentano una composizione delle esportazioni dominate dalle risorse naturali. Questo dato, unitamente all’esistenza di regimi repressivi e cleptocratici e alla polarizzazione sociale, da un lato, non ha favorito investimenti, diversificazione produttiva e benessere diffuso e, dall’altro, ha contribuito a infiammare feroci conflitti interni e regionali.
I Paesi del Medioriente, oggi dilaniati dal fondamentalismo religioso, per primi non hanno mai concretamente acciuffato il treno dell’integrazione con l’economia globale. Basti pensare che, nonostante la vicinanza geografica, solamente l’1% delle importazioni europee di beni manufatti proviene dal Medio Oriente. In linea generale, quasi il 70% delle esportazioni degli Stati mediorientali è costituito da idrocarburi e da altre risorse naturali, e solo il 20% da beni industriali. Discorso analogo per i Paesi africani. In alcuni di essi (tra gli altri Algeria, Nigeria, Mali, Repubblica centrafricana, Somalia, Sudan) il fondamentalismo islamico ha inasprito sanguinosi conflitti interni, sovrapponendosi spesso a tensioni e competizioni derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali. La composizione dei flussi commerciali è chiara anche in questo caso. Il 65% delle esportazioni africane è costituito da idrocarburi e risorse minerarie. Anche con le nazioni più ricche non si è sviluppata un’integrazione commerciale in grado di modificare significativamente gli assetti produttivi: l’85% dei flussi diretti in Nord America, l’80% dei flussi diretti in Asia e il 62% di quelli diretti nei Paesi europei sono costituiti da materie prime.
Analogo discorso si può fare per la Russia di Putin. Nel 1990, all’indomani della caduta del muro di Berlino, una barcollante Unione Sovietica riusciva comunque a ’pesare’ per più del 4% nel commercio mondiale con esportazioni che per un terzo erano costituiti da beni industriali. Attualmente, la Russia ’pesa’ solo per il 2,8% nel commercio mondiale e ha perso il suo tradizionale vantaggio comparato nelle esportazioni di beni manufatti e prodotti industriali, divenendo un’economia fragile dipendente dall’esportazione di idrocarburi (oltre il 70% delle esportazioni), i cui vantaggi ricadono su una percentuale piccolissima della popolazione. Nonostante le dichiarazioni muscolari del governo russo, si è di fronte a un sistema destinato al declino con costi sociali e umani prevedibilmente anche più elevati di quelli che già oggi appaiono evidenti.
In linea generale, in tutti questi Paesi, tali strutture economiche fondate sulle esportazioni di materie prime, hanno acuito profonde diseguaglianze interne a differenza delle regioni globalizzate in cui il benessere, seppure con gradi diversi, è diffuso oramai in larghi strati della popolazione. In questi ultimi anni, inoltre, l’incapacità di partecipare all’integrazione economica globale è stata aggravata da una spirale inflattiva nei prezzi alimentari che dal 2005 in media sono aumentati a livello globale del 75%. Questo ha influito negativamente sul potere di acquisto e sulla capacità di risparmio di larghi strati della popolazione esacerbando le tensioni per la redistribuzione dei proventi derivanti dall’esportazione di materie prime i cui frutti sono esclusivamente a vantaggio delle élite al governo.
Queste considerazioni ci riportano a un’idea di fondo chiara. La pace si costruisce anche tenendo in adeguata considerazione le complessità economiche. Sebbene guerre, terrorismo e violenza politica abbiano cause diverse è necessario comunque far ripartire un processo di globalizzazione e integrazione economica che coinvolga i territori e le popolazioni che al momento ne sono fuori. È necessario che sia una globalizzazione ’giusta’ in grado di aumentare un reale benessere diffuso tra le popolazioni mondiali e non una mera contabilità di profitti a vantaggio di élite armate. Se ripensare e rimodellare l’economia globale non può certamente garantire la scomparsa di atroci conflitti, essa, però, può sicuramente contribuire a impoverire l’humus in cui estremisti religiosi, signori della guerra e dittatori alimentano i propri disegni di violenza e appropriazione. È indispensabile dare nuovo impulso alla cooperazione economica internazionale tra Stati per disegnare politiche economiche volte alla costruzione di una pace duratura. Le politiche economiche, evidentemente, non possono risolvere i conflitti e le violenze atroci di oggi, ma possono contribuire a evitare quelli di domani.