Opinioni

Santa Sede-Cina. Trattativa, attacchi e passi di un dialogo

Agostino Giovagnoli martedì 18 settembre 2018

La notizia di un accordo tra Santa Sede e Governo cinese, che questa volta potrebbe essere davvero vicino, è rimbalzata negli ultimi giorni sulla stampa internazionale. Anche questa volta, c’è chi si oppone chiedendosi perché mai un’istituzione con così 'poco potere', come la Santa Sede, cerchi un accordo con una 'potenza tanto grande', qual è oggi la Repubblica popolare cinese: le intese tra un forte e un debole, si sa, vanno solo a vantaggio del primo. Riflettendo un’irritazione oggi diffusa in ambienti potenti negli Stati Uniti d’America, il 'Wall Street Journal' afferma che un accordo tra Santa Sede e Cina sarebbe semplicemente «ridicolo». E sfida a immaginare le reazioni davanti a un Donald Trump che puntasse «ad avere dalla Chiesa cattolica il diritto di selezionare la lista dei candidati tra cui Roma sceglierà i vescovi americani».

Il quotidiano finanziario spiega poi polemicamente che il Vaticano accetterà di riconoscere e pensionare vescovi per fare spazio a uomini graditi a Xi Jinping, perché così «in cambio, Pechino riconoscerà ufficialmente il Papa come capo della Chiesa cattolica in Cina, cosa a cui ha resistito per decenni». Insomma, saremmo a un banale scambio di potere, a tutto svantaggio della Chiesa cattolica: infatti, si afferma nello stesso articolo, dopo secoli in cui essa ha cercato di liberarsi dal controllo dei sovrani, oggi Francesco starebbe facendo esattamente il contrario.

L’intenzione è palesemente quella di ritrarre un Papa disposto a 'svendere' la Chiesa. Perché ingenuo ottimismo? Per mancanza di qualsiasi realistica consapevolezza dell’attuale realtà politica cinese, che rischia addirittura di provocare uno scisma? Oppure bisogna pensare, con Niall Ferguson, che Jorge Mario Bergoglio sia il Gorbaciov della Chiesa cattolica, colui cioè che conduce alla liquidazione questa millenaria istituzione, come Gorbaciov ha fatto con l’Urss? O invece, come fanno altri, si possono veementemente accusare i suoi collaboratori, che sarebbero disposti a qualunque concessione in cambio di un accordo, anche piccolo, per poca fede o carrierismo? Sono interpretazioni contraddette dalla realtà.

Se Pechino deve ancora riconoscere «ufficialmente il Papa come capo della Chiesa cattolica in Cina, cosa a cui ha resistito per decenni», allora non è possibile per il Vaticano concedere oggi al presidente Xi Jinping «di selezionare la lista dei candidati da cui Roma sceglierà i vescovi». Infatti, la Repubblica popolare cinese si è presa da molto tempo il potere non solo di scegliere i candidati, ma addirittura i vescovi: questo è il contenuto concreto del fatto che «il Papa non è riconosciuto come capo della Chiesa cattolica in Cina». Viceversa, se l’accordo sarà trovato, Pechino riconoscerà a Roma di scegliere i vescovi, come ammette lo stesso 'Wall Street Journal', sia pure da una lista nella cui preparazione avranno un ruolo le autorità cinesi, come è accaduto tante volte nella storia europea. Insomma, l’accordo sarà una buona notizia. L’asimmetria di potere tra Santa Sede e Cina, infatti, non è un problema per i loro rapporti, ma al contrario la condizione che li rende possibili.

Quando era giovane, Giovanni Battista Montini pensava che, dopo la fine del potere temporale della Chiesa, i rappresentati diplomatici degli Stati presso il Papa sarebbero scomparsi. Ma poi, divenuto Papa, Paolo VI osservò che tali rappresentanti crescevano costantemente e ne individuò la ragione proprio nella fine del temporalismo della Chiesa. Nella presenza di tanti ambasciatori presso la Santa Sede vide infatti la ricerca di rapporti non con il governo di uno Stato ma «con il centro del cattolicesimo» e di un incontro fra «temporale e spirituale» completamente diverso dalle abituali relazioni tra le nazioni. Oggi non si sta discutendo di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese, ancora molto lontani. Ma con papa Francesco sono diventati possibili rapporti inimmaginabili finché i cinesi hanno visto nella Chiesa cattolica, a ragione o a torto, un potere politico: quello che le derivava dai legami con gli Stati europei durante il periodo coloniale o con gli Stati Uniti durante la guerra fredda.

È questa la premessa per cui la Cina potrebbe oggi concedere qualcosa a chi non appare in grado di imporle niente. Com’è ovvio, sia il Papa sia i suoi collaboratori preferirebbero di gran lunga la piena libertà religiosa in Cina, ma poiché non possono imporla cercano di garantire ai cattolici cinesi il massimo di autonomia oggi possibile. Questa scelta, insomma, non deriva da ingenuo ottimismo, né da irresponsabile apertura verso una qualche catastrofe e neppure da 'carrierismo' diplomatico. Perché nessuna svendita della Chiesa in Cina è in corso. Chi mostra tanto disprezzo per una Chiesa che non cerca una vittoria in termini di potere, rimpiange un temporalismo oggi improponibile. Sul piano dei puri e semplici rapporti di potere, la Chiesa non potrà mai vincere. Ma non è questo il suo obiettivo.