Opinioni

Prima svolta nel caso dei due marò. La festa e il giudizio

Andrea Lavazza venerdì 21 dicembre 2012
​Il nazionalismo produce sempre un distacco dalla realtà e si alimenta di interpretazioni distorte dei fatti storici. Insegue miti e sfrutta frustrazioni, lontano dalla vita reale. E la vita reale è quella che oggi vede la gioia di due famiglie italiane che improvvisamente ritrovano un Natale di festa riabbracciando i loro cari, per dieci mesi trattenuti in India in violazione del diritto internazionale. Ed è quella di due famiglie indiane che passano il loro primo Natale senza l’affetto e il conforto dei loro figli, mariti e padri, uccisi mentre erano a pesca, e che reclamano ancora giustizia.Non sappiamo con certezza chi abbia sparato quei colpi il 15 febbraio dello scorso anno al largo di Kochi, nello Stato del Kerala. In ogni caso, l’auspicio primo è proprio quello che si accertino i fatti e si segua la legge. Se un processo deve farsi, si faccia in Italia, ma non è lecito considerare i nostri fucilieri, impegnati nel contrasto della pirateria nei mari, avventurieri dal grilletto facile o, peggio, criminali comuni.Per questo, dopo un lungo braccio di ferro e un intenso e calibrato lavorio della nostra diplomazia – seguìto a una iniziale leggerezza che aveva permesso l’arresto di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone – va salutato con soddisfazione il ritorno a casa per le Feste dei due marò e rinnovato l’auspicio che la ragionevolezza infine manifestata dal governo e dalla magistratura di Delhi si traduca poi nel riconoscimento della giurisdizione di Roma sul caso.Eppure, tutto questo è dimenticato quando in India si torna a invocare un processo e una pena esemplari. Quando si parla di «imbroglio» e di «vergogna» per il Paese, nella certezza che i due militari non torneranno in Kerala dopo il periodo di permesso. E quando in Italia già si invoca di «non riconsegnarli», violando smaccatamente gli accordi e la parola data sia dai fucilieri del battaglione San Marco sia dallo stesso presidente della Repubblica. Oppure quando si propone di usare l’escamotage dell’elezione a una carica pubblica per creare loro lo scudo dell’immunità, quasi fossero degli Enzo Tortora o, addirittura, dei Toni Negri.I nostri marò non sono (ancora) vittime di un errore giudiziario né di presunte persecuzioni ideologiche.In ciascuna di queste prese di posizione emerge quel virus nazionalista che deforma e mistifica in nome di un’entità che suscita emozioni ed energie potenti quanto male indirizzate. Basti pensare che la furia anti-italiana in India ha preso le parti dei parenti di Ajesh Binki, 25 anni, e del suo compagno Jalastein, 45, poveri cattolici e tenuti di solito ai margini della società, se non apertamente perseguitati e uccisi, come accadde nel pogrom dell’agosto del 2008 proprio in Kerala, dopo il quale giustizia è stata ostinatamente negata alle vittime.Con le debite proporzioni, il rischio è da evitare anche da noi, adesso che Latorre e Girone sono attesi a casa. Il capo dello Stato ha dato voce al Paese esprimendo felicità e riconoscendo loro che stavano compiendo il proprio dovere esposti al rischio. Non sono però eroi più di tutti gli altri nostri militari impegnati in missioni all’estero. Né devono diventare una bandiera da usare politicamente in una campagna elettorale che si annuncia pronta ad arruolare strumentalmente chiunque possa infiammare le piazze.C’è dunque da sperare che l’Alta Corte di Giustizia indiana si pronunci presto a favore di un processo in Italia e che il dibattimento nel nostro Paese sia equo e dall’esito non predeterminato. Se così non fosse, si aprirebbe anche la non del tutto remota possibilità di ricorsi e controricorsi ad altre istanze internazionali che posticiperebbero – nel tempo della decisione – la riconsegna dei due militari, compromettendo a colpi di slogan la linearità di impegni e comportamenti, da una parte e dall’altra.La realtà è sempre più complessa e problematica di ogni semplificazione nazionalistica.