Opinioni

Alla vigilia del vertice europeo, una lezione dalla genesi dell’unione. La crisi dell’euro si supera con un salto di qualità della coesione

Giancarlo Galli giovedì 16 dicembre 2010
Che la costruzione europea stia attraversando un momento delicato, è sotto gli occhi di tutti. Mentre la Germania è in piena salute, parecchie nazioni viaggiano sull’orlo del baratro: Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna. Francia e Italia si confrontano con l’impennata del debito pubblico, cosicché più di un osservatore pur non condizionato da pregiudizi (domenica, sul Sole 24 Ore, Giuliano Amato), ha posto con forza l’interrogativo: riuscirà l’euro a superare la bufera? E l’alternativa, il rischio, detto senza perifrasi, in carenza di politiche davvero (e finalmente) solidali, sarebbe un clamoroso fallimento. Il ripiegamento su un’Europa a due velocità: i ricchi e dinamici (Austria, Germania, Benelux) a marciare spediti; il resto in coda al convoglio.Fortunatamente, ieri, dalla Cancelleria di Berlino per bocca di Angela Merkel, un messaggio positivo. Dopo avere tergiversato subendo le pressioni di un’opinione pubblica euroscettica, alla vigilia del summit che s’apre a Bruxelles il governo tedesco ha aderito al progetto di un «fondo salva Stati». Autentica mano tesa ai Paesi in difficoltà. È doveroso quindi riconoscere alla Merkel un notevole coraggio politico per il recupero di una solidarietà verso il resto dell’Europa di cui s’era spesso dubitato.Poiché la Storia non è acqua che passa senza lasciare traccia, è però opportuno ricordare. Vent’anni fa, dopo la caduta del Muro di Berlino, il presidente francese François Mitterrand pose quale condizione all’unificazione tedesca l’accettazione da parte della Germania dell’euro. Il Cancelliere Helmut Kohl, pur consapevole di firmare una cambiale in bianco, aderì. Siglati i Trattati di Maastricht, nel volgere di un decennio, nacque l’euro. Accompagnato da grandi speranze, e anche (sottaciute) preoccupazioni. Ma avendo una unificazione monetaria preceduto una unificazione politica, si gettò il cuore oltre l’ostacolo.La Storia non fa sconti. In troppi credettero di avere appeso all’attaccapanni dell’euro i loro problemi. Senonché i nodi sono venuti al pettine, quando la crisi planetaria del 2008 ha mostrato la fragilità di parecchie economie, l’attitudine di alcuni Stati alla filosofia del «qualcuno pagherà» le follie bancarie, immobiliari, gli eccessi nella spesa pubblica. All’andazzo, i parsimoniosi e dinamici tedeschi, hanno reagito. Spingendo per la revisione dei meccanismi che, attraverso la Banca centrale europea, presiedono all’euro.Nel momento in cui la Berlino di Angela Merkel ha deciso (auguriamoci senza ripensamenti) di non staccare la spina, occorre tuttavia il coraggio di guardare la realtà senza filtri di comodo. Primo dato: all’unificazione monetaria non è seguito, nemmeno alla lontana, il processo di amalgama politico. Le istituzioni di Bruxelles-Strasburgo-Francoforte appaiono enormi falansteri avulsi, lontani dai bisogni di 400 milioni di eurocittadini. Secondo dato: la Bce è sempre parsa «a rimorchio», del dollaro Usa e ora della Cina. Terzo dato: nessuno fra i costosissimi e pletorici organismi comunitari ha percepito il degrado economico-finanziario di tanti Paesi di Eurolandia. Ciechi o ignavi?Sfruttando l’opportunità offerta dallo zatterone di salvataggio tedesco, urge dunque cambiare marcia. Passando dall’Europa delle monete a un Continente dai valori condivisi: unificare le politiche sociali, fiscali, di sostegno alle famiglie e ai più deboli. E affrontando con un comune sentire questioni spesso drammatiche, come quelle migratorie.Conclusione: alla crisi dell’euro bisogna rispondere con un salto di qualità, politico e progettuale, su scala continentale. Nella consapevolezza che perdendo questa occasione, il futuro di Eurolandia, rischia di tingersi di grigio, lasciando spazio al ritorno dei nazionalisti. Sempre egoistici e spesso portatori di drammi epocali.