Opinioni

Essere fatti per il bene. La buona politica è mediazione: i cristiani siano conseguenti

Gabriella Cotta sabato 12 gennaio 2019

Il periodo natalizio è stato ricco di eventi significativi capaci di gettare luce sul contesto italiano, per chi voglia andare oltre le consuete lamentele sulla precarietà della situazione e sulla durezza dei tempi. Si possono mettere in fila molti elementi: da una parte, il decreto sicurezza, il modo di procedere nell’approvazione della legge di bilancio, della riforma della legge Fornero e del reddito di cittadinanza, l’ennesimo condono fiscale al posto di una seria politica contro l’evasione fiscale – in cui rientrerebbe anche e soprattutto l’emersione dell’immenso flusso di denaro proveniente dalla malavita organizzata – la tragica vicenda dell’uccisione del tifoso interista e la consistenza e la natura anarchico-insurrezionalista delle bande di ultras da sempre tollerate. Dall’altra, il discorso, misurato e fermissimo del presidente Mattarella, la clamorosa presa di distanza di sindaci, governatori, opinionisti, giuristi, operatori del Terzo settore dal decreto sicurezza, lo spaesamento crescente di molti cittadini di fronte a una politica che si mostra o totalmente disfatta quanto a progetti ideali e pratici, o aggressiva nei suoi proclami di chiusura identitaria, fortemente e inutilmente conflittuale e, a sua volta, priva di una linea costruttiva di ampio respiro.

I primi dati segnalati mostrano impietosamente, ancora una volta, l’inadeguatezza della nostra classe politica, schiacciata sulla ricerca di un consenso immediato e inadeguata di fronte a sfide di portata globale. La pretesa di rispondervi da un piano esclusivamente nazionalistico è palesemente incongruente con la sempre più evidente necessità di correzione dell’andamento economico-finanziario generale, e di risposta al problema dei flussi migratori, entrambi di portata epocale.

I secondi aprono alla speranza che un nuovo slancio politico sia possibile. Per far questo, occorre tuttavia chiarire alcuni punti. Prima di tutto, è necessario sia rendersi consapevoli della crisi in cui versa oggi la democrazia sia prendere atto del profondo senso etico insito nel sistema democratico, miglior garante possibile di uguaglianza e rispetto reciproco tra governanti e governati. Oggi, al contrario, di fronte al progressivo cambio di forma della democrazia, tolleriamo l’erosione di alcuni suoi contenuti fondamentali, e non soltanto nella dimensione italiana, ma anche in quella internazionale. La democrazia diretta, oggi proposta come veicolo di universale partecipazione e come apertura di ampi nuovi e più spazi di libertà, si propone di prosciugare i tradizionali stadi di formazione della mediazione tra la volontà popolare, istituzioni e organi rappresentativi. Tuttavia, già Rousseau, primo oppositore di ogni mediazione e teorico della supremazia della volontà generale – e dunque popolare –, dichiarava questo possibile solo «nella piccola città», avendo come modelli Sparta e Ginevra. L’attuale scena politica globale, i numeri e la complessità sociale, economica, culturale che la intessono rendono la proposta della democrazia diretta – nonostante la rete e le sue potenzialità – un vero e proprio inganno, che rimane esercizio applicabile solo nella dimensione locale. Qui, infatti, un ampio coinvolgimento popolare può essere efficace e realistico, mentre nella dimensione nazionale l’intervento popolare diretto si scontra con le insormontabili difficoltà della corretta scelta e presentazione delle questioni da sottoporre alla decisione popolare, dell’accesso universale alle informazioni, dell’impossibilità di sottoporre ogni decisione politica alla volontà dei cittadini nei tempi rapidi che la politica esige. Di fronte a queste (e altre) inevase difficoltà, la democrazia diretta – come si vede nelle varie versioni del populismo – svuota progressivamente le garanzie che organismi e istituzioni rappresentative assicurano, sostenuta, in questa azione, dall’autoritarismo dei partiti sovranisti.

Elemento comune a entrambe le versioni – populista e sovranista – delle attuali vie alla democrazia, è il progressivo estinguersi della mediazione, cardine della democrazia rappresentativa. Ma questo processo non è casuale né ascrivibile in proprio alle attuali visioni politiche: piuttosto, è elemento centrale e di lungo periodo di una parte consistente del pensiero occidentale, riversatosi poi nella dimensione politica. Per questo, la prima azione politica che i cattolici dovrebbero compiere consiste nella comprensione della portata di tale eliminazione, cuore del dominante pensiero post-metafisico e della sua pretesa di dar vita a un orizzonte culturale – e, di seguito, pratico – di totale immanenza. Non si creda che la ricerca delle radici culturali di una crisi drammaticamente ed evidentemente concreta sia comodo rifugio nell’astrazione di un pensiero ormai inattuale e sterile. La scelta di collocarsi in un orizzonte di completa immanenza – nella forma di un radicale scientismo, o prassismo o pragmatismo o di una mescolanza incongrua di queste tre linee – è ormai divenuta moneta corrente tale da essere 'incorporata' dai più, senza la coscienza delle sue implicazioni.

Gli effetti di una scelta di questo tipo sono però evidenti quando ci si confronta con una politica appiattita sul mero tornaconto del momento, del tutto incapace di misurarsi con ciò che ha respiro globale, universale. Cadono così i concetti di umanità, generatività, solidarietà, che fioriscono solo dove lo sguardo si fa 'metafisico', nella non astratta ma concretissima capacità di passare, nel pensiero, nell’acquisizione coscienziale e infine nell’azione, dal particolare concreto e contingente a una rappresentazione universalizzante – e, dunque, mediatrice – tra i propri bisogni, aspettative, desideri e quanto è – e può essere – aspirazione di ogni altro, simile e diverso. L’aspirazione alla partecipazione totale e alla totale trasparente composizione delle molteplici volontà, distrugge la fatica della mediazione e la sostituisce – o più spesso pretende di farlo – con l’analisi statistica di dati: mai veramente totali e trasparenti, anzi sempre settoriali, nella presunzione che da questa analisi scaturiscano risposte indiscutibilmente oggettive ai quesiti che interrogano la politica.

In un contesto politico che smentisce continuamente premesse e promesse di partenza, i cattolici, e in generale i cristiani, possiedono la ricchezza di una visione 'metafisica' capace di leggere il reale oltre il mero, pragmatico, utilitarismo. La parola non spaventi: il cristiano, se è tale, vive una vita concretamente metafisica, dove ogni problema, ogni relazione, ogni azione, deve essere continuamente mediata rispetto alla dimensione altra che lo trascende e a cui la sua fede continuamente lo riconduce. Non è la prassi che lo guida, né l’utilitarismo, né il pragmatismo: piuttosto, la convinzione di essere fatti dal e per il bene nonostante tutte le drammatiche limitazioni che l’uomo si riconosce e le difficoltà che incontra nel coglierne i profili. Questa convinzione, condivisa da molti uomini di buona volontà, resa consapevole dalle sfide poste dalla contingenza, dovrebbe essere il primo motore di una politica capace di progettualità, di generosità, di innovazione. Di questo contributo la nazione ha grande e urgente bisogno.

Docente di Filosofia politica e Teoria Politica Università di Roma 'La Sapienza'