Opinioni

Tre quarti di secolo e il germe del futuro. L'unità che c'è e che c'è da fare

Marco Tarquinio mercoledì 2 giugno 2021

Tre quarti di secolo fa la storia d’Italia è ricominciata. Con la riconquista anche formale della libertà e la piena realizzazione della democrazia. Votarono tutti gli italiani e tutte le italiane in quel 2 di giugno del 1946. Ed era la prima volta che accadeva. Votavano dopo la notte nera della dittatura fascista e l’incubo di una guerra folle che, infine, si era fatta terribile guerra civile. E non ebbero paura di scegliere una via del tutto nuova. Sarebbe stato scritto di lì a poco in Costituzione, ma era già chiaro che da quel giorno non più un re (in solitudine o all’ombra di un duce), bensì il popolo sarebbe stato "sovrano" e non come massa indistinta e preda potenziale del retore e uomo forte di turno, ma come fonte collettiva, meglio comunitaria, del potere di fare i governi e di scrivere le leggi. Si chiama democrazia parlamentare e ha ricostruito l’Italia, l’ha fatta crescere e l’ha fatta resistere anche alle peggiori trame, a tristi tradimenti, ad ambizioni arroganti e a calcoli mediocri.

Lo sappiamo: 75 anni fa non s’è iniziata la migliore delle storie possibili. Ma è una gran bella storia. Che ha radice nell’intelligenza e nella fede di leader che seppero rappresentare e guidare in direzione libera e sicura un popolo "inquadrato" per un ventennio da un regime totalitario che aveva fatto della nostra terra una patria dell’illibertà, del bellicismo e del razzismo e infine l’aveva ridotta in macerie. È la nostra storia. Ci ha condotto a questo presente, complicato eppure vitale. E in essa è custodito il germe del futuro che possiamo generare e che dobbiamo preparare.

Quel germe è l’appartenenza solidale che non cancella le diversità, ma dà loro senso comune e bene comune. Quel germe è la concittadinanza, che in sé non basta a sanare le disuguaglianze, le esclusioni e gli errori commessi dai singoli, ma è premessa indispensabile per il loro superamento. Quel germe è la retta coscienza, che impedisce di depredare o dilapidare il patrimonio condiviso e chiama non solo a reclamare diritti, ma a esercitare doveri. Quel germe è la tenacia dell’onestà e della competenza, che non fa notizia e sembra non esaltare nessuno, ma si oppone alle mafiosità, custodisce l’essenziale e porta frutto. Quel germe è il cuore stesso della Repubblica, laico e credente. Ed è l’insieme dei suoi volti puliti e veri. Che sono tantissimi. E oggi su queste pagine ne richiamiamo alcuni, come in un riassunto, che non può dire tutto, ma scandisce ciò che non può essere ignorato e che dev’essere chiaro. Perché non c’è nulla di più ingiusto e più dannoso che imporre a una comunità la maschera storta di chi la ferisce, di chi la insozza, di chi non la rispetta.

La Repubblica siamo noi. E chi sbraita che è solo retorica non se la merita. Ma noi meritiamocela, e meritiamoci l’unità che dobbiamo continuare a fare.