Opinioni

11 settembre. L'obiettivo del terrorismo chiaro non farci capire

Ferdinando Camon martedì 14 settembre 2021

C’è un uomo, un newyorchese, che ogni anno, in questi giorni, che ricordano l’attacco alle Torri Gemelle, lascia la città e va sui monti, a star da solo. È il suo modo di pensare agli aerei carichi di passeggeri e guidati a sfracellarsi, il suo modo di superare la strage del secolo, ricongiungersi con la vita, vivere come viveva prima. Il suo modo è: staccarsi dall’umanità. Abbiamo visto quest’uomo, in uno dei tanti video andati in onda nei giorni scorsi, in commemorazione dell’impresa terribile del terrorismo. Non ha parlato, non ha spiegato, a dimostrazione del fatto che non si può parlare, non si può spiegare: si può soltanto abbandonare l’umanità e andarsene per i monti. È un modo per non soffrire.

Ma esiste anche il modo opposto: i sopravvissuti che tornano sul luogo, guardano toccano leggono, e vogliono ricordare tutto perché vogliono soffrire tutto, oggi come allora, sanno perché e lo dicono: non vogliono dimenticare perché dimenticare significa tradire. Mentre le Torri bruciano, quanti padri lasciano un messaggio nella segreteria telefonica dei figli! Pensano (e pensano giusto) che i figli ascolteranno i loro messaggi per tutta la vita, sarà un modo per restare insieme.

Quando vorrai il padre, premi la segreteria e lo senti parlare. C’è una bambina, avrà due anni, lo giudico dalla voce, che chiede dov’è il papà, per non dirle che il papà è morto le dicono che 'è con Dio', e lei risponde tranquilla: 'Ok'. Vuol dire che se è con Dio è a disposizione, lei può riaverlo in qualunque momento. Le reazioni degli adulti sono più spaventate, c’è uno che sa distinguere tra implodere ed esplodere, e quando la prima Torre oscilla e si dilata, lui dice giustamente che la vede 'implodere' e allora scappa. Gli adulti hanno due paure, due terrori: soffocare o restare sepolti. C’è uno che sente la gola otturata dalla polvere, che è densa come pasta, e allora si ficca un dito in gola ed estrae la polvere come se fosse colla. In quel momento non c’è nessuno che non si ponga la terribile domanda: 'Sto morendo? È questa la morte?'. Nessuno di noi, finché siamo vivi, sa cos’è la morte, la morte viene di sorpresa, camuffata, tu ti chiedi se stai morendo e in quel momento muori.

L’11 settembre fu per tutto il mondo 'la morte di sorpresa'. Tutta questa gente che sta morendo cerca di non morire, vuol disperatamente vivere. Cerca di vivere nei figli e nei nipoti, perciò li chiama col cellulare, solo per dire: 'Vi voglio bene'. Hanno fretta di dirlo, temono di non fare in tempo. Nessuno capisce cos’è che sfracella il mondo, d’improvviso tutti si sentono mortali, anzi morenti, anzi quasi morti. Mortali vuol dire vivi, morenti vuol dire metà morti, quasi morti vuol dire tre quarti morti. La vita non esiste più, se ne sta andando, stiamo perdendo la vita, e non sappiamo perché. La nostra città muore con noi, ed è la città più vitale del mondo, se brucia New York vuol dire che brucia il mondo. Non ci spieghiamo perché stiamo morendo, non ci spieghiamo perché New York brucia: la fine della nostra vita è inspiegabile, la fine della nostra storia è inspiegabile. Ho seguito per ore in tv i servizi speciali sull’attentato alle Due Torri: è un susseguirsi di testimoni che han visto tutto, ma non possono spiegarci nulla. Parlano parlano parlano, ma sono pazzi. Credo che anche quelli che cadono dai piani alti siano pazzi.

Qualche commentatore cita il verso di un poeta che dice: 'Dimmi che sto vivendo e non ti crederò'. Anche quello che cade in verticale dai piani alti deve aver questo dubbio: adesso sto morendo? ma poco fa stavo forse vivendo? Dopo ore di trasmissione, non si capisce nulla, caos era e caos resta, è difficile attraversare questo cataclisma, è difficile uscirne, ci danneggia fisicamente il cervello, se potessimo usciremmo fuori dal mondo, fuori dalla storia, fuori dall’umanità. Siamo nel terrore e non capiamo niente. Il vero scopo del terrorismo è proprio questo: tutti nel terrore, e nessuno deve capire.