Opinioni

Senza dimora. Issaka è morto di clandestinità (la gelida solitudine del portiere)

Massimiliano Castellani venerdì 20 gennaio 2023

Queste parole, oggi, sono listate a lutto e hanno un solo argomento: un ragazzo di nome Issaka. Ho guardato e riguardato la figurina del calciatore Issaka Coulibaly. No, non cercatela nella collezione Panini, non la troverete mai, e lui poi, non lo troverete più, l’ha inghiottito una notte gelida e di scighera di questa città, Milano, dove era giunto dal Togo. Posso solo dirvi che Issaka somigliava tanto, per fisico e volto, al fuoriclasse e suo connazionale Emmanuel Adebayor. Ma Issaka faceva il portiere amateur, come quelli che piacciono tanto a papa Francesco (che vorrei tanto conoscesse questa storia di un calciatore triste, sportivo vero anche se mai arrivato nel paradiso del supercalcio), e i gol li evitava, mentre l’altro, Adebayor, di gol ne ha segnati a raffica nella Premier inglese e a 38 anni fa ancora il bomber in qualche parte del mondo.

A differenza di Adebayor, Issaka Coulibaly, non è diventato milionario con il calcio, ma il calcio è stata comunque la sua grande passione e lo ha arricchito nella sua breve vita terminata con un triplice e tragico fischio anticipato, a soli 27 anni. Il pallone e i guanti gli sono serviti giusto il tempo di allontanare per un po’ la solitudine del portiere, a deviare in angolo i tiri mancini della miseria fino al gol finale della morte che ha insaccato nella porta vuota della sua povera esistenza. È morto di stenti e di freddo, Issaka, sotto un ponte della civilissima Milano, capitale riconosciuta della moralità e dell’accoglienza. Sarà ancora così caro vecchio Enzo Jannacci che cantavi El portava i scarp del tennis? Mah… Il portiere Issaka in campo portava gli scarpini tacchettati di gomma. Al margine della società, ma almeno lì, in campo, il numero 1: fortissimo, per chi lo aveva avvistato dalle parti del Pini, l’ex manicomio, per il torneo estivo dove era stato il migliore e aveva fatto vincere la sua squadra con quei tuffi da gatto nero dei pali.

Questo raccontano quelli che hanno avuto il piacere di vederlo e di giocarci assieme, nel St.Ambroeus, la prima formazione milanese interamente composta da rifugiati e richiedenti asilo politico. Una morte annunciata come il risultato di un posticipo di una gara di dilettanti: Issaka è stato ritrovato cadavere, in un capannone di via Corelli, il 25 novembre scorso e la notizia l’abbiamo appresa solo ora, su Facebook, grazie a qualche amico di buon cuore che sa che la memoria di cuoio, qui sotto la Madonnina, non è fatta solo di Supercoppe nerazzurre e di luci rossonere a San Siro. Un amico di Issaka ha avuto la bontà di scrivere un tenero ricordo e di chiosare con una denuncia che suona come uno schiaffo per tutti noi, calciofili accecati solo dalla luce delle stelle milionarie e dalla futilità di un quotidiano clamore sotto i riflettori di questo Skyline italiano: «Issaka è morto di freddo e di clandestinità». E forse prima di morire sì, «El purtava i scarp de tennis, el parlava de per lü».