Opinioni

L’avanzata del populista Lieberman. Israele, rischio al voto. Può vincere la paura

Giorgio Ferrari domenica 8 febbraio 2009
Si chiama Israel Beitenu, letteralmente 'Casa Israele', e a dispetto di ogni previsione questo partito non è più soltanto il terzo incomodo ma il protagonista assoluto di queste elezioni che dopodomani vedranno Israele alle urne. Lo guida un populista di destra di nome Avigdor Lieberman, nato nell’ex Unione Sovietica, astuto oratore, capace di soffiare sul fuoco degli istinti primordiali e di incendiare gli animi di quella fetta di elettorato che della parola 'pace' non vuol sentir parlare e che con Hamas, con i palestinesi, con gli arabo­israeliano vuole chiudere per sempre i conti. I sondaggi concordemente attribuiscono a Lieberman un successo spettacolare, capace di fargli scavalcare i laburisti del ministro della Difesa Ehud Barak, portandolo oltre i 19 seggi alla Knesset, il Parlamento israeliano, nel quale occorrono 61 deputati su 120 per poter governare. Spaesati dalla fragorosa avanzata di Lieberman, annaspano i due favoriti, Kadima – la formazione voluta da Ariel Sharon ove militano il premier uscente Ehud Olmert e la favorita Tzipi Livni – e il Likud di Bibi Netanyahu, fino a pochi giorni fa dato per sicuro vincente. Entrambi navigano attorno ai 22-24 seggi, rimanendo così i primi partiti, ma per formare un governo occorrerà quasi sicuramente fare i conti con la destra populista di Israel Beitenu (già membro della coalizione attuale, da cui però uscì per dissidi con Olmert). Lo scenario più plausibile – ma anche più denso di incognite – potrebbe essere quello di un governo di unità nazionale, con quattro grandi partiti e quattro diversi modi di vedere i problemi: Likud e Lieberman contrari a uno Stato palestinese, Kadima e laburisti favorevoli; Kadima e Likud contrari a Gerusalemme doppia capitale, laburisti favorevoli; Likud e Lieberman favorevoli a nuovi insediamenti, laburisti e Kadima contrari. Un puzzle, come si intuisce, sostanzialmente irrisolvibile. Non fosse che per Hamas, su cui si ritrova un’improvvisa concordia, perché con la formazione radicale palestinese nessuno è disposto a trattare né a riconoscerle alcun ruolo politico. Si comprende così come in fondo sia stata Hamas – con la sua stupidità politica, la sua intransigenza suicida e le sue tante anime eterodirette – ad aver condizionato questa tornata elettorale, che spingerà Israele a destra e costringerà i centristi come la Livni e perfino i laburisti come Barak a scimmiottare il populismo di Lieberman per non perdere voti e consensi. Perché sotto traccia questo è il sentire comune in un Paese afflitto da paure profonde: quella dell’assedio demografico da parte dei sempre più prolifici palestinesi non meno di quella dello stillicidio dei missili Qassam, quella della pressione alle frontiere della Galilea del nemico Hezbollah e della Siria come quella della polverizzazione dell’unità territoriale. Paura che diventa panico irrazionale più che scelta politica. Come si usa dire, due fondamentalismi si fronteggiano in Palestina, sordi l’uno all’altro, accomunati però dalla stessa rancorosa paura: quello di Hamas e quello dei coloni. Non a caso un sondaggio condotto nei Territori rivela che se si votasse oggi Hamas avrebbe largamente la meglio sui moderati di Fatah e di Abu Mazen, nonostante Gaza, i suoi morti e i bombardamenti devastanti. Il voto di martedì potrebbe confermare come i grandi pifferai alla Lieberman sappiano suonare una musica altrettanto suadente. Niente è più contagioso del panico e dell’insicurezza, e loro lo sanno.