Opinioni

Un nuovo scenario. Iran, Biden e l’Ue Ora ricostruire il tavolo spezzato

Riccardo Redaelli mercoledì 24 febbraio 2021

Il presidente Biden lo ripete come un mantra: «L’America è tornata», indicando la sua volontà di ribaltare la politica estera del controverso predecessore, che aveva allontanato gli Stati Uniti da una pluralità di accordi internazionali. Ma se ritornare al tavolo per la salvaguardia del clima è stata cosa facile, ben più complesso e faticoso si sta rivelando riattivare l’Accordo sul programma nucleare iraniano, firmato da Washington e Teheran nel 2015 (il cosiddetto Jcpoa).

Un compromesso raggiunto dopo lunghissimi anni di negoziati, incontri, crisi, minacce, sanzioni e firmato con la formula del P5+1, ossia dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania e l’Unione Europea. Quell’accordo era stato ferocemente attaccato dalla destra americana, da Israele e dall’Arabia Saudita, con l’accusa – falsa, va detto – di essere una capitolazione dinanzi a Teheran, tanto che Donald Trump lo aveva unilateralmente denunciato, imponendo una slavina di nuove pesanti sanzioni. Al contrario, il Jcpoa era un ottimo risultato che aumentava i controlli sugli impianti nucleari di quel Paese, allontanando lo spettro di una possibile bomba iraniana.

Da qui il desiderio del nuovo presidente di sedersi di nuovo anche a quel tavolo. Più facile a dirsi che a farsi, perché, come sempre, quando è in gioco la Repubblica islamica dell’Iran le cose si fanno molto complicate. Innanzitutto, smontare le sanzioni di Trump è meno facile di quanto sembri: occorre l’appoggio del Congresso americano, notoriamente ostile all’Iran e molto sensibile – per usare un eufemismo – ai desiderata di Israele e dell’Arabia Saudita.

In questi giorni, Joe Biden ha cancellato alcune delle misure contro esponenti del sistema di potere iraniano, ma si tratta di mosse simboliche che non sembrano smuovere molto il tetro umore dei conservatori che dominano a Teheran. In questi anni, infatti, sono cambiate molte cose: il governo aperto all’Occidente del presidente Rohani è stato di fatto commissariato proprio per il fallimento del Jcpoa. Teheran si aspettava grandi ritorni economici e diplomatici per aver firmato quel compromesso così faticoso e in cambio ha ricevuto solo la pugnalata delle sanzioni di Trump e di una politica che mirava neppure troppo velatamente a far crollare quel regime. Gli ultraconservatori, i pasdaran e tutti i gruppi ostili a una politica di apertura e moderazione hanno trovato l’occasione perfetta per spingere verso derive radicali.

L’Iran oggi possiede molto più uranio arricchito di quanto dovrebbe e sta istallando centrifughe per l’arricchimento più avanzate e lo ha fatto giustificato dal voltafaccia americano e dalla vile inattività europea. Insomma, Biden quando ha fatto per sedersi nuovamente al tavolo, si è accorto che di quel tavolo rimaneva ben poco. La notizia positiva è che da Teheran filtra la disponibilità a riavviare i contatti anche con Washington sulla questione.

Il capo dell’Agenzia atomica internazionale è stato ricevuto molto cortesemente, un segnale che – nonostante le roboanti dichiarazioni ufficiali – anche in Iran non si vuole la rottura. Certo ricostruire un minimo di fiducia reciproca sarà un processo lungo e faticoso, pieno di insidie e trappole create ad arte per far saltare ogni mediazione. Da soli, né gli iraniani disposti al dialogo né l’amministrazione Biden ce la possono fare. Per questo va ricreato quel tessuto di contatti discreti e di 'sostegni informali' che facilitino le trattative. Gli svizzeri sono molto attivi per sbloccare l’impasse su alcuni cittadini statunitensi detenuti in Iran; anche alla diplomazia vaticana sembra essere stato chiesto un aiuto, e per la causa della pace e della comprensione tra i popoli questo non manca mai.

Ma è pure fondamentale che la Ue, che del Jcpoa è stato un pilastro, riprenda ad avere un ruolo più attivo e incisivo. In questi anni noi europei siamo stati molto deludenti come attori geopolitici. Giocarci la reputazione su uno dei file più complicati e pericolosi di tutto il sistema internazionale sarà certo rischioso, ma è qui e ora che l’Europa può cercare di contare. Per evitare, ancora una volta, che i veti incrociati portino Washington e Teheran a dare il peggio di sé.