Opinioni

editoriale. L’iper-individualismo fatale alla sinistra francese

Mauro Magatti martedì 1 aprile 2014
I risultati delle elezioni amministrative francesi hanno lasciato il segno. Parigi a parte, il partito socialista esce pesantemente sconfitto. In più, un’elevata astensione segnala la distanza crescente tra i cittadini e le istituzioni. Per François Hollande, un campanello di allarme che non può essere ignorato. Anche se è riferito a elezioni amministrative parziali, l’esito merita qualche approfondimento, ben oltre le vicende francesi, considerato che a pochi mesi dalle elezioni europee le democrazie del Vecchio continente sono in subbuglio. Nello specifico, il risultato d’Oltralpe solleva una questione di fondo: che cosa sta succedendo alla sinistra europea?
Al di là della débâcle di domenica, il panorama della sinistra è, infatti, in movimento un po’ in tutta Europa. In Germana la Spd è entrata a far parte della coalizione di governo, sostanzialmente accettando l’agenda Merkel sia in politica interna che sul fronte europeo (l’appartenenza nazionale in questo caso sembra essere più decisiva della parte politica). In Italia, dopo la mancata vittoria alle elezioni politiche del 2013, il Pd è stato "scalato" da Matteo Renzi. Il nuovo segretario sta forzando la mano per determinare un deciso cambiamento di agenda, cosa che provoca non pochi mal di pancia. Sulla rete e sui blog di area spopola da tempo il tormentone: «Ma Renzi è di sinistra?», a testimonianza del fatto che il rilancio del partito e l’azione di governo – ad opera di una figura che non viene dalle fila della sinistra tradizionale – sono tutt’altro che scontati. In più la radice cattolica sociale di Renzi è molto evidente e il premier non si dà nemmeno cura di mascherarla.
Quella componente politico culturale che fino a qualche mese fa sembrava dettare l’agenda in tutto il Continente, in sostanza, sembra oggi travolta da una crisi inarrestabile. Come mai? In primo luogo, la sinistra è sotto pressione perché sono quasi vent’anni che ha abbandonato i temi tradizionali dell’equità e della solidarietà in nome di un individualismo radicale che ha fatto dei temi della differenza e dei diritti individuali la propria bandiera. Temi che trovano sì un certo consenso presso la pubblica opinione, ma che in realtà hanno finito per spostare l’attenzione dalle questioni pesantemente poste all’ordine del giorno dalla crisi economica: la disoccupazione, specie giovanile, la distribuzione del reddito, l’impoverimento del ceto medio. Di fronte ad una recessione così dura, l’agenda della sinistra europea si è rivelata troppo intellettualistica e più vicina alle sensibilità di una certa borghesia radicale che non a quella dei ceti popolari. Che, infatti, come è successo in altri momenti storici, hanno cominciato a guardare a destra.
In secondo luogo, i partiti di sinistra – che hanno sposato più nettamente e decisamente di altri la causa europea – soffrono la natura di un’Unione fondata solo sulla moneta. L’adesione al progetto europeo da parte della sinistra deriva da ragioni ideali: l’Europa viene vista da questi gruppi come la nuova frontiera per la costruzione di una democrazia che incarni quei valori cosmopoliti, e post-nazionali, che da sempre hanno attirato la sinistra del Vecchio Continente. Anche qui, però, torna lo stesso peccato: l’Europa dell’euro e dei tecnocrati non è quella dei popoli e delle comunità. Anzi, come mostrano le ricerche su questo tema, il senso di identità europeo si è finora radicato solo nei ceti medio-alti (manager, professionisti, docenti e studenti universitari), mentre fatica a farsi strada, e in qualche caso tende addirittura a indebolirsi, presso i ceti popolari: per un operaio, un lavoratore autonomo, un precario, un giovane disoccupato, ma anche per una famiglia l’Europa è oggi qualcosa di lontano che, in alcuni casi, rischia addirittura di far perdere i già difficili equilibri della vita quotidiana. In questi anni la sinistra ha sì genericamente evocato un’Europa diversa, ma non ha fatto nulla per costruirla: fondamentalmente perché ha creduto in un progetto astratto che non teneva nella dovuta considerazione le fatiche, le paure, le speranze della gente comune.
Tutto ciò – ed è la terza considerazione che si può fare – ha portato a identificare i dirigenti della sinistra con il Palazzo, più vicini agli interessi delle banche che a quelli del popolo. Per molti, oggi sinistra è sinonimo di conservazione sul piano istituzionale, di politici più preoccupati di conservare la propria poltrona che di rappresentare i gruppi marginali e affrontare con coraggio le sfide del tempo. Di fronte alla sofferenza umana causata dalla crisi, una sinistra che vuole essere progressista solo sul fronte dei diritti individuali – per di più sovraccaricati ideologicamente – ha finito col perdersi. Così, in questo inizio di secolo, la sinistra europea – che ha tradotto sul lato della soggettività le spinte iper-individualistiche che hanno caratterizzato la fase storica alle nostre spalle fino al punto da far evaporare l’idea stessa di limite, di legame, di senso – viene oggi messa pesantemente in discussione dagli effetti devastanti che la crisi produce sul piano economico, sociale, e quindi politico.Tutto ciò ci porta dunque dentro una nuova fase storica, che stiamo cominciando a vivere.
Come in altre epoche, il vuoto lasciato dalla sinistra – che in diversi casi si accompagna anche allo sgretolamento dei partiti moderati – viene preso da partiti nuovi, non facilmente catalogabili secondo l’asse destra e sinistra. I contorni di queste nuove formazioni politiche sono infatti confusi e mobili – come nel caso di Grillo in Italia e di Marine Le Pen in Francia. Tutto ciò espone le democrazie europee a nuovi rischi, ma apre anche a nuove sfide. Ciò che si fa fatica ad ammettere è che, all’ordine del giorno, non c’è solo l’uscita dalla crisi economica, ma la ridefinizione del legame tra economia e società. E, più in profondità, l’idea di crescita, di sviluppo, di prosperità.
Perché, come ormai più volte si è ripetuto, la crisi è prima di tutto antropologica e si risolverà solo quando la sua lezione sarà appresa: un mondo che si fa prendere dalla prepotenza di un «Io» che si ritiene legislatore di se stesso e della realtà circostante non conduce a una realtà giusta e felice, ma finisce per consegnarci al dominio di pochi, alla crisi delle istituzioni, alla società dell’ingiustizia e della indifferenza: non sappiamo ancora chi, da destra o da sinistra, saprà rispondere a queste sfide. Ma, di sicuro, saranno il coraggio di una visione e la responsabilità dell’innovazione a farci uscire dalle secche nelle quali le nostre democrazie, come le nostre economie, sembrano stagnare.