Opinioni

Il racconto di una caposala. Io, capotreno, in viaggio nell'emergenza virus

Il capotreno Lea venerdì 21 agosto 2020

Un murale di Lapo Fatai a Milano rende omaggio agli operatori sanitari

Caro direttore,

da un giorno all’altro mi è stato chiesto di guidare un treno chiamato 'Covid Rosso'. Senza nessuna esitazione ho detto 'sì'. Ovviamente chiedendomi se fossi in grado di guidare questo treno. Con l’aiuto di una ordinatrice del Sacco abbiamo allestito il convoglio. Data di partenza: 12 marzo. In sordina e senza ancora clamore mediatico.

Il personale di bordo non lo conoscevo, non c’era tempo. Facciamo salire i primi passeggeri. Le uniche fermate purtroppo sono: 'Paradiso' e 'SAR'. La corsa continua implacabile, senza sosta. Nel frattempo arriva una nuova chiamata, devi condurre un altro treno ad alta velocità: il 'Covid Emergenza'. La mia prima risposta è stata 'no'! Ma alla fine non ho avuto scelta, non c’era tempo per pensare, la stazione era ormai piena di passeggeri. Va bene, condurrò anche questo convoglio.

Sono salita sul treno con lo stesso equipaggio del 'Covid Rosso' rafforzato da molti altri colleghi volontari. Il treno si presentava in condizioni precarie. Lentamente, pezza su pezza, siamo partiti. La frustrazione di non essere all’altezza e la paura di sbagliare mi accompagnavano in ogni momento del mio viaggio. L’attenzione e meticolosità nell’indossare i presidi di protezione individuale, mascherine, tute, vestizione e svestizione… ci affaticava e preoccupava ulteriormente. In ogni momento mi ripetevo: 'Non puoi cedere, devi condurre questo convoglio senza tentennamento'. I passeggeri arrivavano nella loro solitudine senza bagagli, ma con casco, c-PAP, maschere a ossigeno… e molto terrore. Attorno il silenzio era sovrastato dagli allarmi che squillavano in continuazione e da occhi disperati in cerca di aiuto.

All’inizio del viaggio a tratti mancava il carburante, ma non la forza di fare tutto il possibile per far arrivare l’ossigeno a disposizione ai nostri ospiti. Continuavano ad arrivare sempre più passeggeri gravi, ma spesso le fermate rimanevano 'Paradiso' e 'SAR'. Non erano consentite visite, solo chiamate o videochiamate. L’unica debolezza che mi concedevo era il pianto che ogni tanto si faceva strada, arrivava all’improvviso.

Medici, infermieri, OSS, ognuno con la propria professionalità hanno contribuito a rendere la nuova squadra sempre più forte. Mi sono chiesta come sia stato possibile che persone che non avevano mai lavorato insieme in reparto 'Covid' siano riuscite a creare un gioco di squadra così saldo ed efficace. Si lavorava stanchi e determinati. La solidarietà, poi, si è sentita anche dall’esterno. Ci hanno donato acqua, panini, pizza, gelati… Si è creata una meravigliosa catena d’amore e di solidarietà di fronte a questa drammatica situazione.

Le forze dell’ordine hanno tolto il cappello e ci hanno ringraziato. Piano, piano arrivava qualche guarigione, i passeggeri cominciavano a scendere alle fermate: 'Casa', 'Albergo', 'altri istituti'… Finalmente il treno è arrivato al capolinea, le cicatrici sono il segno che è stata dura, il sorriso che ce l’abbiamo fatta.

Ringrazio tutto l’equipaggio e i passeggeri per questo percorso lungo, faticoso, doloroso, ma, alla fine, vincente. E a tutti dico: ci sentiamo più pronti, sappiamo i nostri limiti e conosciamo le nostre forze. Ci siamo.