Opinioni

I rischi di un'azione militare di Ankara nella crisi siriana. L'intervento della Turchia non spezzerebbe la spirale di violenza

Luigi Geninazzi venerdì 5 ottobre 2012
​Nella guerra civile siriana irrompe la Turchia, un terzo attore non del tutto imprevisto fra due sanguinari antagonisti, e la comunità internazionale, finora divisa e distratta, reagisce con un sussulto improvviso d’attenzione e un invito unanime alla moderazione. C’è una domanda nell’aria che alimenta inconfessabili preoccupazioni: il villaggio turco di Akcakale, colpito due giorni fa da un mortaio dell’esercito governativo siriano, può diventare per il Medio Oriente la Sarajevo dell’attentato che diede inizio alla Prima guerra mondiale? Tutti si augurano di no, a cominciare dai diretti interessati. Il regime di Damasco ha ammesso le proprie responsabilità chiedendo scusa al governo di Ankara, che a sua volta ha precisato di non avere alcuna intenzione d’aprire un fronte di guerra con il Paese vicino. Ma resta il fatto che il premier turco Erdogan non s’è accontentato d’ordinare una pesante azione di rappresaglia ma ha ottenuto il via libera dal Parlamento per un possibile intervento militare contro l’ex amico Assad. Akcakale dunque, anche se non è paragonabile a Sarajevo, rappresenta un drammatico punto di svolta nella crisi medio-orientale. E questo perché la Turchia di Erdogan sembra intenzionata ad andare fino in fondo e ad usare tutte le carte a sua disposizione nella partita con la Siria. In quanto Paese membro della Nato, bastione a difesa dell’Occidente ai tempi della guerra fredda e oggi pedina fondamentale nello scacchiere del Medio Oriente, la Turchia ha subito ottenuto la convocazione del Consiglio Atlantico in base all’articolo 4 del Trattato (che prevede la consultazione con gli alleati quando uno di loro è minacciato). E nel caso di un nuovo "incidente" provocato dall’esercito di Assad, potrà appellarsi all’articolo 5 (in base al quale la Nato deve schierarsi al fianco di un Paese membro che subisce un’aggressione esterna).Fin dall’inizio della crisi siriana, in corso da un anno e mezzo, il premier Erdogan aveva denunciato le «atrocità inumane» compiute dal regime di Assad sostenendo apertamente l’Esl, l’Esercito di liberazione siriano, la cui centrale strategica ha trovato ospitalità sul territorio turco. La repressione portata avanti spietatamente dal dittatore di Damasco ha spinto oltre confine decine di migliaia di profughi, provocando un’emergenza umanitaria. La tensione si è poi acuita in quanto Assad ha iniziato a soffiare sul fuoco del separatismo curdo incrementando gli aiuti ai ribelli del Pkk. Che la crisi interna alla Siria potesse varcare i confini era già diventato evidente due mesi fa, quando nel Libano settentrionale sono scoppiati violenti scontri tra gli sciiti filo-Assad e i sunniti filo-rivoluzionari. Ma la discesa in campo della Turchia cambia tutto: allarma l’Iran, tradizionale alleato di Damasco; insospettisce l’Arabia Saudita e il Qatar, i grandi "protettori" dei sunniti siriani repressi dalla minoranza alauita; spaventa Israele, già entrato in rotta di collisione con Ankara dopo l’assalto alla flottiglia e l’uccisione dei pacifisti turchi nell’estate del 2010, e complica le cose ad Obama, impegnato nel rush finale della campagna presidenziale americana.Un intervento armato della Turchia contro la Siria avrebbe lo scopo di creare una zona cuscinetto al confine tra i due Paesi, allungando l’ombrello protettivo di Ankara sulle zone liberate dai rivoluzionari e ponendo le basi per la dissoluzione dello Stato unitario controllato dal regime di Damasco. Ma c’è da dubitare che l’ingresso in campo della Turchia possa segnare la fine della guerra civile e rassicurare le minoranze alauite e cristiane. C’è invece il rischio di una nuova e ancor più micidiale spirale di violenza, in una Siria egemonizzata dalle ali più estreme di un regime morente e di una rivolta animata da spirito di vendetta. L’Onu, compresa la Russia, dovrebbe darsi una mossa per impedire un simile disastro.