Opinioni

Accanto, sulla linea di faglia. Inquietudini e carezze

Francesco Ognibene venerdì 26 maggio 2023

Già ce l’aveva detto, il Papa, nel discorso che spesso cita come un compito a casa ancora da svolgere: «Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti». Era il 10 novembre 2015, e da allora le parole pronunciate da Francesco al Convegno ecclesiale nazionale sotto la volta del Brunelleschi in Santa Maria del Fiore (un luogo che contribuisce a renderle permanenti) restano come un appuntamento che continua ad attenderci: «Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà».

La forza, la novità, anche la poesia di quelle immagini è poi fluita in tanti percorsi durante questi anni nei quali diocesi, parrocchie, realtà associative, noi cattolici, tutti ci siamo sentiti spinti a comprendere quali domande stessero sorgendo da una società in impetuoso cambiamento. Da noi stessi, in fondo, se abbiamo il coraggio di ascoltarci davvero. E tanto più è accaduto con la cesura di una pandemia che ci ha fatto fare i conti con la linea di faglia tra l’essenziale e il superfluo. Dentro i passi del Cammino sinodale avviato due anni fa e ora a un punto di svolta c’è tutta la suggestione esigente e affettuosa delle immagini che il Papa ci consegnò come un invito, del quale col tempo abbiamo iniziato a capire l’ineludibilità.

Il suo “sogno” di una Chiesa «inquieta nelle inquietudini del nostro tempo» è tornato ieri in un altro discorso destinato a scavare un solco: nelle parole che Francesco ha rivolto ai referenti diocesani del Cammino sinodale italiano c’è infatti il ritratto di una Chiesa che sa «mettersi in ascolto di un’umanità ferita ma, nel contempo, bisognosa di redenzione» perché noi tutti che ne facciamo parte siamo «chiamati a raccogliere le inquietudini della storia e a lasciarcene interrogare, a portarle davanti a Dio, a immergerle nella Pasqua di Cristo» che dalla maestosa cupola fiorentina ancora invita a fidarsi, a uscire, a non avere paura. Inquieti, non intimoriti. Ecco, la paura: è «il grande nemico di questo cammino», nasce dal sentirsi incompresi da una mentalità e una cultura che sembrano andare dalla parte opposta rispetto a tutto ciò in cui crediamo e speriamo, lasciandoci delusi, smarriti, persino risentiti davanti a idee e fenomeni che non si comprendono, con l’istinto difensivo di chiudere porte e finestre per sentirsi al riparo. Ma così non si incontra nessuno: ci si isola, forse immuni da contagi, ma separati dalla storia, lasciata scorrere con le sue logiche come se non ci riguardasse, con risposte sorpassate a domande tutte nuove. Una fede che si limita a consolare e proteggere e che non interroga più disincarna la Chiesa, la rende immune da quella «vulnerabilità» che può apparire una debolezza e invece, nel dizionario del Papa, è la condizione per camminare «con gioia, con umiltà, con creatività». Per lasciare un segno.

Quant’è scomoda, l’inquietudine: eppure è la stessa scòrta da Agostino nel cuore dell’uomo come garanzia di una ricerca inesauribile di Dio, che ci attende in ogni ferita della storia. Siamo chiamati a guardarci dal rischio di ritrovarsi nel sepolcro delle quattro sicurezze che sembrano bastare e possono far sentire tranquilli, ma avvolti in quella pace che è l’autoreferenzialità rispetto alla quale il Papa non si stanca di metterci in guardia. Ieri l’ha ribattezzata «teologia dello specchio» e «neoclericalismo di difesa», patologie generate da «un atteggiamento timoroso» col quale ci si taglia fuori dalla vita del mondo. Ma è la realtà che ci attende, con le sue contraddizioni, a volte incomprensibili (se non irritanti): girarle le spalle sdegnosamente equivale a chiudere il Vangelo nella cassaforte delle proprie certezze presunte e non verificate alla prova della strada e dell’umanità. Quella di adesso, non di ieri.

È ciò che il cardinale Zuppi, aprendo lunedì l’assemblea della Cei, aveva definito «uno stile di Chiesa », tutto dentro un Cammino sinodale che «deve avvenire nell’esperienza concreta, accettando l’imprevedibilità dell’incontro, misurandosi con le domande che agitano le persone e non quello che noi pensiamo vivano, per trovare assieme le risposte». L’inquietudine, detta in altre parole. Solo l’inquietudine del cammino ci mette al riparo dal «rischio di un ripiegamento identitario», quello che il presidente dei vescovi definisce «dei pochi ma puri» che poi però – invulnerabili e tranquilli – si scoprono «irrilevanti nella vita di troppi e nella storia, nascondendo il talento per paura o pigrizia». E tacciono, o restano non udibili dal mondo. Una Chiesa che condivide le inquietudini di tutti invece genera il bisogno di parlare e farsi intendere: « La Chiesa sinodale – dice Zuppi – deve essere comunicativa ». Altro che porte sbarrate: qui risuona il mandato agli evangelizzatori di ogni tempo. E questo è il nostro.