Opinioni

Quantitative easing/2. Iniettare liquidità serve (e la politica scelga)

Leonardo Becchetti sabato 10 ottobre 2015
Perché il «quantitative easing» Bce è ancora necessario. Il quantitative easing  è stato un intervento assolutamente necessario, ma certo di per sé non sufficiente per risolvere i molteplici aspetti della crisi economica innescata dalla crisi finanziaria globale. Il tema dunque non è se qe doveva essere o no, ma da quando, per quanto tempo e se e come accompagnato da altre misure di politica macroeconomica. La storia è nota.  Ogni crisi finanziaria distrugge moneta ad alto potenziale per via del fallimento degli intermediari finanziari. La grande recessione post 1929 fu proprio causata dall’incapacità di sostituire la moneta distrutta con una politica monetaria espansiva stile qe. Ben Bernanke, governatore della Fed ed economista monetario di fama, conosceva molto bene questa storia e non ha ripetuto l’errore, intervenendo prontamente e facendo ripartire subito economia e occupazione negli Usa (migliorando così le prospettive di vita di milioni di persone e facendo calare in modo progressivo il tasso di disoccupazione da un massimo del 10% attorno ai livelli attuali del 5,1%). Proprio in questi giorni gli Stati Uniti possono dichiarare finita l’emergenza e uscire, dunque, dal qe, annunciando un futuro aumento dei tassi d’interesse per drenare la liquidità in eccesso. Un lusso che noi, purtroppo, non possiamo permetterci perché in Europa, con le conseguenze che sappiamo, il qe è partito in grave ritardo (sette anni) per i divari di interesse tra i Paesi membri (inutile per la Germania molto utile per gli altri Stati dell’Eurozona). Come italiani, poi, non dobbiamo dimenticare che il qe è stato per noi anche l’inizio di una forma seppur parziale di condivisione dei debiti tra i Paesi europei grazie alla decisione della Bce di iniettare moneta nel sistema anche acquistando i nostri titoli pubblici. Ne è conseguito un rapido e significativo calo dello spread, con un risparmio significativo per le finanze pubbliche e la definitiva uscita dall’emergenza finanziaria. Il problema del qe, come su queste pagine ho scritto il primo settembre scorso, è che la nuova liquidità si è riversata come un vento sulle onde del mare della finanza globale senza riuscire ad arrivare direttamente alle tasche dei cittadini. Data la scarsità di 'pale eoliche' che potessero trasformare questo vento in energia utile per l’economia reale si sono generate molte onde (crescita dei prezzi degli asset finanziari) che rischiano di produrre bolle speculative. Riprendendo l’altra nota metafora di Friedman del denaro gettato dagli elicotteri (molto calzante per il qe), il denaro si è fermato nei cortili delle banche e degli operatori finanziari ed è finito solo in parte delle tasche dei cittadini. Per fare questo sarebbero state e sono necessarie misure complementari. Quella che il governo Renzi sta tentando di seguire, è tradurre le migliorate condizioni sul debito in riduzione della pressione fiscale. In questo caso i benefici della politica monetaria espansiva si traducono in aumento di potere d’acquisto dei cittadini. Attraverso la campagna '005', assieme ad una rete di organizzazioni internazionali, insistiamo da tempo su alcuni capisaldi. Primo, la tutela della biodiversità finanziaria e in particolare del sistema delle banche cooperative più in grado di servire le piccole imprese e le imprese artigiane. Secondo, la separazione tra banca commerciale e banca d’affari per spingere anche le banche medio-grandi e le 'troppo grandi per fallire' prevalentemente verso il servizio all’economia reale. Terzo, una piccolissima tassa sulle transazioni finanziarie tesa a rendere relativamente meno redditizio l’ultraveloce 'capitale speculativo' rispetto al 'capitale paziente'. Comunque, la chiara lezione di questi anni è che un tempestivo aumento dell’offerta monetaria dopo una crisi finanziaria di vasta portata come quella del 2007 è un primo passo essenziale per la ripartenza dell’economia. Ovviamente le politiche macroeconomiche (monetarie e fiscali) funzionano più o meno bene a seconda delle caratteristiche strutturali dei sistemi economici. E su queste non bisogna mai stancarsi di lavorare. © RIPRODUZIONE RISERVATA