Opinioni

L'usura non conosce barriere. I passi più infami sui marciapiedi lucidi della metropoli

Davide Rondoni mercoledì 22 luglio 2009
Le mani che lo strozzavano infine sono diventate le sue. Le sue stesse mani. Quelle che dall’ombra di uffici strani, di fi­nanziarie di copertura gli stavano toglien­do il sonno, il fiato, la gioia, infine sono di­ventate le sue stesse mani. La sua stessa corda. La sua stessa volontà di tirare la cor­da. Di stringere il cappio che altri gli ave­vano messo al collo. Quando un uomo la fa finita così verrebbe da pensare subito a sordide storie dei vicoli dei tanti sud del mondo e d’Italia. Ma non è così. Il tragico gesto del tabaccaio milanese ci mostra con l’evidenza che taglia il respiro che anche nel civilissimo, sviluppatissimo nord arri­vano le grinfie d’ombra di chi con il dena­ro si porta via anche la vita della gente. La rovina economica di quest’uomo è si­mile a quella che può capitare e capita a tanti. La via del credito regolare, l’insuffi­cienza di questo, l’anticamera dell’usura camuffata da uffici di un’allettante finan­ziaria che elargisce soldi. E poi il maledet­to imbuto. Da cui non è riuscito a risalire. Che l’ha risucchiato. Preso per i soldi, af­ferrato per i debiti, l’intero uomo, cuore mente corpo, è precipitato. In solitudine, come spesso accade. Senza far trapelare quasi niente ai familiari e ai vicini. Fino al­lo schianto della no­tizia finale. Come per non voler disturbare. O almeno per non di­sturbare troppo a lungo. Capita spesso. È in un certo senso comprensibile. È dif­ficile confidare a chi si ama il proprio fal­limento. Insomma, ha voluto che i suoi non guardassero la sua vergogna. Ha preferito, come in u­na specie di gesto d’amore estremo, eppure contraddittorio, dare il taglio netto. Evitare a loro il logora­mento che era stato suo. È evidente che storie come questa sono se­gnate dal maledetto crimine dell’usura – che sempre la Chiesa ha additato come u­no dei peggiori – così come sono segnate dalla solitudine. Quella del piccolo uomo d’affari. O del grande uomo d’affari. Solo con la sua impresa. O di famiglie che usa­no male il denaro. Senza senno, e senza confrontarsi con nessuno. Sempre più so­li specie quando l’impresa vacilla, non ce la fa. E mentre si stringe il cappio dell’usu­ra si stringe anche quello della solitudine. Le due mani che poi sono diventate le sue stesse mani. Perché la solitudine dell’im­prenditore – piccolo o grande – è la prima alleata dell’usura. Solitudine che a volte re­sta tale al di sotto di categorie, di associa­zioni di facciata, formali. In questo aumento di storie di soffoca­mento per usura (come documentano an­che i centri d’ascolto cattolici) c’è un av­vertimento. Per i governanti, per gli im­prenditori. E per i cittadini. L’usura è un male sociale. Vale a dire una cosa che am­mala tutta la convivenza. Perché gli usurai – grandi o piccoli che siano – ingoiano il la­voro, la fatica, e spesso la vita della gente. Lo stesso Dante Alighieri non cita mai suo padre e se ne vergogna perché forse fu u­suraio. Acquattati come coccodrilli in una società che fa del business e della riuscita una specie di legge non scritta, ferrea e mi­cidiale, eccoli pronti ad azzannare e a far sparire le loro vittime. Mentre non c’è nes­suna ragione al mondo per cui un uomo che non riesce a tirare avanti debba finire così. I debiti non possono diventare una condanna a morte. Né al sud né al nord. E se lo diventano è perché ai coccodrilli si so­no alleati solitudine e indifferenza. E la di­seducazione all’uso del denaro. No, il caso del tabaccaio milanese non è un 'caso'. Ma un sintomo. Grave. I signori dell’ombra sono ben piazzati o­vunque, anche nell’Italia che come si dice 'tira'. E stanno nutrendo il loro cancro. Si deve combatterli spietatamente, favoren­do la compagnia tra imprenditori e perse­guendo le finte finanziarie, spezzando i ten­tacoli e i denti. Quelli che il tabaccaio di Milano ha sentito, insopportabili, fin den­tro al cuore.