Opinioni

Monti e il sistema da rilanciare. In cerca di equilibrio tra necessità e virtù

Francesco Riccardi venerdì 30 dicembre 2011
Evasivo no, ma un po’ reticente sì. A chi ha seguito la conferenza stampa del presidente del Consiglio, Mario Monti è apparso così. Nel tradizionale appuntamento di fine anno, infatti, il 'non detto' ha superato di gran lunga il 'detto', nonostante la maratona da 2 ore e mezza. Il premier non si è sottratto, anzi ha risposto a 31 domande, un piccolo record. Ha spiegato, ha mostrato grafici e riportato analisi. Ancora una volta però più da professore che da leader di governo. Tanto che, a rileggere gli appunti sul taccuino, a riannodare con la memoria le parole, si può constatare che annunci veri e propri non ne sono venuti. I contenuti del tanto atteso pacchetto 'Cresci Italia' restano ancora a livello di titolo. Si faranno le liberalizzazioni, non solo per farmaci e taxi, ma cos’altro riguarderanno, e come, non è stato specificato. Si procederà poi, più o meno in parallelo, con la riforma del mercato del lavoro. Tre le linee guida: superare il dualismo tra garantiti e no, diversa regolazione dei contratti e ammortizzatori che favoriscano la riallocazione di chi ha perso il posto. Il piano operativo, però, sembra ancora da predisporre ed è poi da sottoporre a un complicato confronto con le parti sociali. E ancora, la riforma del catasto «si farà, ma serve tempo»; un’intesa con la Svizzera sulla tassazione dei capitali fuoriusciti è «un’ipotesi che si sta analizzando» e per la riduzione dello stock di debito «non si può escludere nulla». Non una parola, invece, sulla riforma del fisco (e quella collegata dell’assistenza) che a noi al contrario appare una delle chiavi di volta del cambiamento. In questa scelta di non scoprire le carte, di mantenere un 'profilo basso', pesano probabilmente diversi fattori. Anzitutto i timori per i rischi corsi – «Eravamo sull’orlo del precipizio... gli avvoltoi erano pronti a mangiarci» – dei quali non tutti evidentemente hanno piena coscienza e che non si possono considerare scongiurati per sempre. Poi, soprattutto, la natura decisamente particolare di questo governo: formato da tecnici ma che non può far affidamento, come i precedenti esecutivi Amato e Ciampi, su un patto concertativo con le parti sociali. Ed è invece allo stesso tempo supportato e sopportato da una grosse koalition nostrana, da forze politiche eterogenee che non 'stanno insieme' per scelta, ma si sono trovate a dover convivere per evitare che la casa comune bruciasse. A partire dal Pdl, tutt’altro che disposto a dismettere i panni dell’'azionista di maggioranza' in Parlamento, per finire al Pd che sulle questioni del lavoro deve già mediare posizioni e sensibilità assai differenziate al proprio interno. Ciò che il presidente del Consiglio, da economista esperto, è costretto ad applicare è allora in particolare la 'teoria dei giochi', alla ricerca di una sorta di 'equilibrio di Nash', quello per il quale nessun giocatore, nessuna forza politica ha interesse a cambiare strategia e rompere appunto l’equilibrio raggiunto. Paradossalmente, ma non troppo, Monti dovrà condurre le riforme più ostiche e provare a riattivare la crescita economica senza però assumersene troppo il merito. Quanto più si avvicinerà all’obiettivo, infatti, tanto più sarà a rischio, perché quanto più la sua immagine si rafforza nei risultati tanto più diventa debole sul piano politico. Non per caso, ieri Monti ha negato qualsiasi interesse sia per il Quirinale sia per eventuali offerte di candidature politiche. Nelle parole del premier l’idea di futuro per il Paese appare chiara: è il disegno di una società aperta e liberale. Capace, rimodellando il proprio sistema di welfare, di conservare e valorizzare il meglio del modello sociale europeo. Che ritrova nel merito e nella competitività, nella coesione e nell’equità, le ragioni intrinseche per ritornare a crescere, per restare almeno fra le prime 7-8 potenze mondiali. Ma soprattutto per essere fra quelle nazioni che ancora hanno qualcosa da dire e da esibire con autorevolezza al resto d’Europa e del mondo. Ed è proprio qui l’unico punto di equilibrio possibile: l’interesse del Paese, il bene comune degli italiani.