Opinioni

Apple e Samsung condannati. Imprese responsabili non sia modo di dire

Francesco Gesualdi domenica 28 ottobre 2018

Volendo andare al sodo, Samsung ed Apple sono state condannate dall’Antitrust perché raggiravano i consumatori con la disinformazione e inviti ingannevoli. Samsung ha insistentemente proposto a chi aveva acquistato uno smartphone del tipo Note 4 di installare un sistema operativo più avanzato senza informare dei gravi malfunzionamenti a cui l’apparecchio sarebbe andato incontro a causa delle maggiori sollecitazioni indotte dal nuovo sistema. Malfunzionamenti che avrebbero richiesto interventi fuori garanzia a costi elevati.

Apple è stata condannata per avere altrettanto insistentemente proposto ai possessori di iPhone 6 di installare un sistema operativo più avanzato, senza informare che le maggiori richieste di energia da parte del nuovo sistema avrebbero potuto produrre vari inconvenienti fra cui lo spegnimento improvviso dell’apparecchio. Ma Apple è stata condannata anche per non aver fornito sufficienti informazioni sulla deteriorabilità delle batterie e sulle corrette procedure da adottare per conservare la piena funzionalità delle stesse.

Un aspetto di non poco conto considerato che Apple ha avuto la genialata di costruire smartphone con la batteria così nascosta da impedire ai proprietari di sostituirla se non rivolgendosi a tecnici specializzati. E come se non bastasse gli apparecchi sono realizzati in modo tale da dover prima rimuovere il sottile e fragile schermo, che immancabile si danneggia durante l’intervento, per cui la sostituzione della batteria è praticamente impossibile senza sostituire anche lo schermo. Per i comportamenti tenuti, Samsung è stata condannata a pagare una multa di 5 milioni di euro, mentre Apple, che di violazioni ne ha commesse due, è stata condannata a pagare 10 milioni di euro.

Da quando mondo è mondo si sono sempre registrati casi di imprese che hanno cercato di lucrare sui consumatori con il raggiro e l’inganno. Magari prima lo si faceva in maniera grossolana falsando le bilance, mentre ora lo si fa in forma raffinata giocando sulle parole e sull’apparenza. Ma ciò che oggi impressiona è l’emergere di una doppia morale che rende le truffe ancora più odiose. Sia sul sito di Samsung sia su quello di Apple, infatti, compare in bella mostra la sigla Crs che sta per Corporate social responsibility, ossia responsabilità sociale d’impresa.

Entrambe le famose aziende si vantano di tenere in massima considerazione i lavoratori, l’ambiente, i fornitori e naturalmente i consumatori e non dimenticano di informarci sulle cifre che destinano a iniziative filantropiche a favore della salute infantile, delle vittime degli uragani o di altre catastrofi naturali. Le aziende hanno cominciato a parlare di responsabilità sociale d’impresa da quando hanno capito che né i consumatori, né gli investitori amano tessere rapporti economici con imprese che dimostrano di non avere rispetto per le persone, l’ambiente, il bene comune e anche gli animali. Ma fa male constatare che spesso la responsabilità sociale d’impresa è degradata al rango di operazione di marketing.

Piuttosto che trasformarsi in un vero impegno per conciliare gli affari con il rispetto dei diritti e della sostenibilità, è utilizzata come strumento pubblicitario per dare lustro alla propria immagine, senza che seguano scelte del tutto coerenti. Un vizio che con la globalizzazione si è andato aggravando, confidando nel fatto che la frammentazione e le distanze rendono più difficili i controlli da parte di studiosi, giornalisti e istituzioni. Ma ogni tanto qualche investigatore caparbio c’è, e allora si scopre che marchi rinomati con tanto di impegni custoditi in solenni codici di condotta, vendono comunque giacche in pelle provenienti dalla Cina dove i conigli sono appesi ai ganci ancora vivi.

Oppure propongono camicie confezionate in aziende bengalesi dove le norme sulla sicurezza sono così violate da fare morire i lavoratori sotto palazzi che crollano o che vanno a fuoco. Oppure offrono l’acquisto di scarpe prodotte nella vicina Serbia da parte di lavoratrici che guadagnano salari che non permettono di arrivare neanche alla seconda settimana. Dunque, ben vengano le indagini e le condanne dell’Antitrust per far cessare i comportamenti che arrecano danno ai consumatori. Ma la vera vittoria sarebbe una riflessione più profonda sul vero senso della responsabilità sociale d’impresa. Non più, per troppi, appena un’operazione d’immagine per accrescere i fatturati, ma un vero impegno per fare crescere i diritti, difendere la dignità, custodire il creato. Perché se non imbocchiamo questa strada nessuno si salverà anche se nell’immediato si può avere la sensazione di averla fatta franca.