Opinioni

Le stragi nel Mediterraneo. L'immigrazione vista da Bruxelles

Giorgio Ferrari giovedì 15 maggio 2014
​Ci fosse stato Jacques Delors – ci confida un’alta fonte diplomatica a Bruxelles – avrebbe fatto un appello personale a tutti i capi di Stato e di governo e li avrebbe costretti, sì: costretti, a impegnarsi in prima persona di fronte al problema degli sbarchi nel fronte meridionale d’Europa. Ma purtroppo, qui, Delors  non c’è più. Al suo posto c’è una Commissione debole e peraltro lasciata sola dalla politica». Spiegazione più spietatamente esatta della latitanza dell’Europa, della sordità di molti Stati membri, del fastidio con cui taluni Paesi nordici considerano l’allarme che sale dal Mare Nostrum, quasi fosse un problema “di cortile” di cui non si ha tempo né voglia di sentir parlare, non sapremmo trovare.La tragedia degli sbarchi, la vergogna di quella strage infinita che finora ha lasciato sul fondo del Mediterraneo almeno ventimila anime è un macchia nera nel cuore dell’Unione Europea. E non stiamo gettando la croce addosso alla Commissione Barroso, e nemmeno alla commissaria agli Affari Interni Cecilia Malmström, né addosso a chi ha stabilito – un po’ scelleratamente, invero – che la sede di Frontex (l’agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri operativa dal 2005) fosse a Varsavia e non in uno dei punti caldi del Mediterraneo, dov’è l’epicentro dell’immigrazione incontrollata e mortale. Ciascuno (Commissione, commissari, agenzia, governo italiano) ha fatto la sua parte e ciascuno ha al tempo stesso la responsabilità di aver fatto poco, soprattutto visto che già nell’ottobre scorso era chiaro a tutti cosa sarebbe accaduto a primavera e cosa sarebbe stato necessario mettere in campo.Ma al tempo stesso non possiamo accettare che il bollettino di Frontex (che ieri annunciava che nei primi mesi del 2014 c’è stato un aumento del 823% – ottocentoventitré per cento! – di arrivi di migranti verso l’Italia rispetto allo stesso periodo del 2013) si limiti a radiografare l’esistente, né che non gli sia consentita una riserva di fondi extra-budget 2014 (cioè oltre gli 89,19 milioni di euro stanziati) «perché la questione non è prevista dalle procedure».Perché accade tutto ciò? Essenzialmente per due ragioni: una culturale, l’altra politica. Nella consuetudine dei Paesi nordici l’allarmismo delle nazioni che si affacciano sul Mediterraneo appare quasi sempre ingiustificato, figlio del melodramma, del temperamento latino, del vittimismo greco, iberico, italiano. Peraltro nella percezione nordica il Mare Nostrum non è un’entità dai connotati profondamente radicati nella civiltà continentale come lo è per noi, ma semplicemente – per ridirla con Metternich – «un’espressione geografica». Capofila di questo moralismo sussiegoso e assai poco conciliante è la Germania, forte di un dato numerico inconfutabile, anche se usato in modo farisaico: nel solo 2013 i tedeschi hanno ricevuto 125mila richieste di asilo, la Francia 75mila, la Svezia 54mila, il Regno Unito 30mila e l’Italia “solo” 28mila. I primi tre Paesi da soli – fa sapere la Malmström – ricevono più del 50% di tutte le richieste di asilo in Europa. Di cosa ci lagniamo, si domandano?Noi invece ci domandiamo se esista ancora la parola solidarietà, sostantivo che si staglia pomposo fra le pieghe del Trattato di Lisbona e nelle varie Carte che ispirano la Ue, ma pare inabissarsi con le migliaia di “senza nome” e senza più patria morti in mare e di fronte alla muraglia di incomprensioni e di rimbalzi vicendevoli di responsabilità in una vergognosa strage di esseri umani e di diritti dell’uomo, come di nuovo, ieri, ha ammonito Papa Francesco.E qui veniamo al problema politico.Il capitolo immigrazione fa tremare le cancellerie europee, perché ad esso è legata gran parte della protesta che rischia di addensarsi attorno ai partiti euroscettici. Dunque, meglio parlarne il meno possibile. Né purtroppo, come si diceva all’inizio, esiste oggi in Europa una figura paragonabile a Delors per ispirazione e determinazione: nazioni timorose di perdere potere e sovranità hanno favorito esecutivi deboli e fatto latitare quella guida politica senza la quale nessun Frontex, nessun budget, nessuna agenzia potrà mai funzionare a dovere. E paradossalmente il semestre di presidenza italiana che si apre il 1° luglio rischia di non cambiare granché le cose, visto che saremo costretti a mediare, smussando spigoli e attenuando anche le "nostre" istanze. E, allora, bisogna cominciare a dire che la svolta nella gestione della grande emergenza umanitaria del traffico di essere umani attraverso il Mediterraneo non è affatto una "nostra" istanza. E un duro, amarissimo peso sulla coscienza dell’Unione. Esulla sua non-politica.