Opinioni

Il direttore risponde. Immigrati, compagni di lavoro... amici

martedì 4 agosto 2009
Caro Direttore, sento il desiderio di scriverle e di « sfogarmi » , perché mi è capitata una situazione che mi ha fatto riflettere molto. Eravamo – nella ditta dove sono dipendente – un cinese, una persona di colore e parlavamo tranquillamente e scherzavamo (nonostante la naturale difficoltà di pronuncia dei miei interlocutori), come amici di vecchia data. Il constatarlo mi ha dato una scossa. Possiamo rispedire indietro tutte le imbarcazioni che giungono sulle nostre coste, possiamo gridare e inveire contro il diverso, lo straniero, come se fosse il male assoluto, la causa dei nostri problemi e dell’aumentare della criminalità, ma in quel momento – in un minuto di pausa a sorseggiare un caffè – io ho solo visto tre persone; tre persone che erano in quel luogo per un unico comune scopo: lavorare, mantenere la famiglia, avere una dignità. Tanti chilometri separano i nostri rispettivi Paesi, diversissime e incomprensibili sono le lingue degli uni e degli altri, ma pochissimi metri ci separavano, uniti però dal reciproco rispetto e dal sorriso e dalle risate scaturite da qualche piccola battuta. È stato lì che mi sono chiesto: sono veramente loro il problema? Se realmente sono così pericolosi, perché non vengono allontanati? Sono io ad avere dei «disturbi» e vedere cose che gli altri non vedono, cioè persone e non belve assassine, delinquenti e quant’altro? Non ci sarà forse un po’ di sindrome del brutto e del cattivo, scaturita certo dalla crisi ma forse pure dai politici che per demagogia cavalcano le nostre paure? Forse certe domande dovremmo porcele un po’ tutti. Una cosa è certa: mai come allora mi son sentito fiero d’essere non solo cittadino italiano, ma cittadino del mondo!

Mirco Pervilli, Albinea ( Re)

La sua riflessione, caro Pervilli, non scaturisce da tesi assolute né da soprassalti di coscienza bensì, semplicemente, dalla vita vissuta. Ed è proprio la vita vissuta – non la demagogia della politica – che dovrebbe aiutarci a leggere, con realismo, nella confusione del nostro tempo per trovare soluzioni sagge a problemi sociali epocali, che ci riguardano tutti. Il ritrovarsi insieme, quotidianamente, in una comunità di lavoro è una scuola preziosa per imparare a conoscere e ad accettare l’altro, constatando la grandezza e la fragilità dell’elemento umano che ci accomuna e affratella tutti, al di là delle distinzioni ( che spesso si trasformano in barriere) di pelle, cultura, religione. Quando si vive fianco a fianco, con cuore e mente reciprocamente aperti e disponibili, quando si condividono i giorni, la fatica, le aspirazioni, tanti pregiudizi si dissolvono, si svelano per quello che sono: steccati artificiali, eretti dall’uomo e non certo dalla natura. Da tempo ci battiamo – facendo informazione – affinché venga superata la pericolosa equivalenza fra immigrazione e criminalità, inaccettabile in una civiltà del diritto e della democrazia. L’integrazione dei diversi nel rispetto delle regole e la convivenza tollerante rimangono le sole carte per dare un futuro vivibile a questo nostro Paese, che degli stranieri ha estremo bisogno. Fomentare paure e chiusure significa difettare di senso della realtà; significa soggiacere a quell’egoismo sociale e a quel cinismo moderno che oggi aggrediscono la mentalità comune e che trovano la sintesi nell’affermazione del filosofo inglese Thomas Hobbes ( 1588- 1679), uno dei padri del liberalismo: « L’interesse e la paura sono i princìpi della società » . Ciò premesso, senza minimamente negare la priorità dei diritti umani e il dovere dell’accoglienza e dell’asilo, non si deve però peccare di ingenuità, perché i tempi sono difficili e la prudenza è d’obbligo. Una regolamentazione e un filtro dei flussi sono necessari e doverosi, tanto più in un periodo in cui la criminalità internazionale cavalca il fenomeno migratorio per infiltrare le società del cosiddetto « benessere » , viste come nuove frontiere di lucro e di malaffare.