Opinioni

Il commento. Il Venezuela senza farmaci si cura con le erbe

Lucia Capuzzi martedì 31 maggio 2016

Juan soffre di ipertensione arteriosa. Una malattia diffusa in Venezuela. Anche per questo le scorte di anti-ipertensivi sono andate a ruba da tempo. E ormai sono introvabili. «Prima pellegrinavo da una farmacia all’altra, alla ricerca. Poi ho capito che era inutile. Così ho guardato su Internet: c’è scritto che l’aglio abbassa la pressione. Ora, dunque, ne prendo un cubetto ogni giorno. Funziona? Non lo so, ma qualcosa devo pur fare», racconta l’uomo. Al momento, in realtà, i risultati sono stati scarsi. Anche per l’impennata del tasso di colesterolo nel sangue. Colpa - spiegano gli specialisti – di una dieta forzata a base di 'arepa'. Dato che la farina è uno dei pochi prodotti ancora disponibili, la spianata di mais è il piatto forte del momento.

«Almeno finché dura. Alla fine non ci resterà che il bambù», aggiunge Soledad, mentre indica la pianta nel cortile. Ha iniziato a coltivarla qualche mese fa. «Non c’era più insulina. Allora, un’amica mi ha consigliato di sostituirla con l’infuso di foglie di bambù… Male non fa», afferma. Ana le ha provate tutte per trovare gli anti-tumorali. Alla fine, esausta, pure lei si è rivolta al Web. E ora combatte il cancro a colpi di foglie di guava, un comune frutto tropicale. Il boom della medicina tradizionale, iniziato un anno fa, è esploso negli ultimi mesi. Non è il risultato di una recente moda salutista, bensì il segno tangibile di una tragedia nascosta nelle pieghe della "catastrofe venezuelana": la crisi sanitaria. Il principale produttore di petrolio dell’America Latina è a terra. Il crollo del prezzo internazionale del greggio ha mandato all’aria il sistema di sussidi creato dal defunto Hugo Chávez, facendo venire alla luce ciò che a lungo l’euforia dell’oro nero aveva nascosto: sperperi, inefficienze e nodi irrisolti. Le riserve di dollari del Paese si assottigliano giorno dopo giorno: il governo del successore, Nicolás Maduro, ha, dunque, tagliato all’osso le importazioni. Poiché la produzione interna copre meno del 40 per cento del fabbisogno, finiti gli stock accumulati, gli scaffali dei negozi si sono progressivamente svuotati.

Dal 2015, la recessione si è fatta drammatica, con code chilometriche di fronte ai market per accaparrarsi i pochi articoli disponibili. Se la mancanza della maggior parte dei beni è critica, quella delle medicine è letale. Nel senso letterale del termine. Secondo il ministero della Salute, l’anno scorso, il tasso di mortalità negli ospedali pubblici è cresciuto del 31 per cento. Nel 2012, la quota di neonati deceduti poco dopo il parto si aggirava intorno allo 0,02 per cento. Ora – secondo un rapporto presentato da alcuni parlamentari dell’opposizione – la cifra è centuplicata, raggiungendo il 2 per cento, mentre, in tre anni, il dato sulla mortalità materna s’è quintuplicato. Il 24 maggio si è spento a causa della leucemia, Oliver Sánchez, 8 anni: era divenuto il simbolo della tragedia perché immortalato con un cartello durante le cicliche proteste dei malati per chiedere l’accesso alle cure. «In un mese e mezzo ho perso due pazienti: un bimbo epilettico e un ragazzino con un’infezione ai polmoni, probabilmente dovuta a un’influenza non curata. Il fatto è che non ci sono farmaci. Spesso non vale nemmeno la pena di fare la ricetta», dice ad Avvenire  Scarlet Salazar, pediatra del centro Santa Inés la Pradera. L’Ong Codiva calcola che, alla fine del 2015, nel Paese mancava il 70 per cento della lista dei 150 farmaci considerati essenziali dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Nel caso dei medicinali neurologici, la penuria superava l’85 per cento. L’Associazione venezuelana di servizi sanitari di orientamento cristiano (Avessoc) – di cui fanno parte 19 ambulatori, due centri diagnostici, 4 ospedali e vari centri comunitari – ha denunciato l’impossibilità di assistere un numero crescente di pazienti cronici a causa dell’irreperibilità di reagenti, antiretrovirali, farmaci salvavita. La carenza di medicine colpisce tutti. I più abbienti, però, hanno almeno qualche chance di procurarsi un po’ di pillole al mercato nero, dove i prezzi sono centuplicati. «Ciò che in farmacia costa 100 bolívar, 'fuori' arriva a 2.500», aggiunge il medico. Cifre improponibili per i poveri a cui non resta che un mix di medicina alternativa e 'rimedi della nonna'. «Che altro possono fare se di farmaci chimici non ce ne sono quasi più?», domanda sconsolata Doris Barreto. Quest’ultima coordina l’ambulatorio comunitario di La Quinta, nel quartiere di Catuche, tra i più poveri di Caracas. «Non ho niente contro i ritrovati naturali. Solo che non possono curare alcune malattie. Sembra di essere tornati indietro di un secolo...», sottolinea Doris.  Alla penuria di farmaci, si somma quella – non meno drammatica – di cerotti, cotone, alcol e tutti i principali articoli sanitari. «Curare sta diventando impossibile», dichiara Sohely Subero, direttrice di Avessoc. «È tutto terribilmente frustrante. Devi fare le suture senza anestesia, non puoi disinfettare e devi interrompere le visite quando finiscono i guanti per ragioni igieniche – afferma Salazar –. Ormai per procurarsi una nuova scatola ci vogliono tre, quattro giorni. Perfino i ricoveri ospedalieri si interrompono quando non ci sono i prodotti base. Qui abbiamo la macchina per le mammografie ferma da una settimana: si è rotto un pezzo e non c’è il ricambio».

Tanti professionisti non reggono e se ne vanno: già 6.700 hanno lasciato il Paese. Risultato: le malattie si diffondono. «Dal 2014, quando cominciano ad emergere gli effetti dell’assenza di anni di politiche sanitarie adeguate, sono ricomparse infermità prima eliminate, come la malaria – ribadisce Subero –. La dengue si è acuita. Non posso fornire i dati esatti perché da allora il bollettino epidemiologico ha smesso di uscire». Nella comunità intorno a La Quinta – formata da 400 famiglie – i casi di diabete e ipertensione sono più che triplicati da gennaio. «Se prima ne avevamo 10, massimo 15 al mese, ora sono 50 – dice la responsabile – le persone mangiano ciò che trovano, cioè zero proteine e tanti carboidrati».  A soffrire la conseguenze più gravi di tale squilibrio sono i bambini. «La malnutrizione è diventata un dramma», racconta la dottoressa Salazar che, oltre all’impegno in clinica, dedica due mattine alla settimana all’ambulatorio di La Vega, tra le più 'affamate' baraccopoli della capitale. «Se a gennaio avevamo 3-4 casi, ora sono 15-20», aggiunge il medico. Con il costo del cibo a quota +718 per cento in un anno, «le mamme della comunità hanno smesso di svegliare i figli per mandarli a scuola. Li lasciano dormire fino a tardi, così saltano la colazione e vanno direttamente al pranzo – le fa eco Doris –. Nel mio doposcuola, su 38 studenti, ne mancano 20». In tale contesto, non sorprende che lo scorso gennaio, il Parlamento – dominato dall’opposizione – abbia dichiarato l’emergenza umanitaria e approvato una legge che apre alla possibilità di ricevere aiuti internazionali. Il presidente Maduro, però, ha subito bloccato la misura, negando la crisi sanitaria. Stritolati dal gioco politico, i malati continuano la loro battaglia quotidiana per sopravvivere. Mentre nella giungla del mercato nero vince chi specula di più, i poveri, spesso, provano a scommettere sulla solidarietà. «Sembra incredibile, ma l’ho visto con i miei occhi – conclude Salazar –. A La Vega la gente ha creato una sorta di 'banca dei farmaci' spontanea e informale. Mettono in comune le poche medicine disponibili e chi ne ha necessità le usa, con l’impegno a rimpolpare le scorte con quel che si trova. A tal fine, ci sono squadre di residenti che 'tengono d’occhio', a turno, le farmacie della zona e avvertono quando arriva qualche carico…».