Opinioni

Scuola. Il valore di una prova scritta per non perdersi nel metaverso

Massimo Calvi venerdì 11 febbraio 2022

Scrivere è più difficile, perché si deve prima «fare ordine nella testa». E poi «ciò che scrivi non puoi cambiarlo ». A pronunciare queste parole è stato un giovane durante un forum con alcuni studenti organizzato dal quotidiano 'La Repubblica'. La verità contenuta in questa breve affermazione è la trascrizione di un pensiero autentico e profondo, la prova di una maturità che non ha bisogno di test per essere certificata. E rivela una fragilità da non sottovalutare se si vuole comprendere lo stato d’animo degli studenti che dopo due anni tra Dad e lockdown si avviano a sostenere un esame che prevede il ritorno alla doppia prova scritta.

Ciò che i giovani hanno provato in questi lunghi mesi di pandemia richiederà tempo per essere metabolizzato e accettato, e verrà un momento in cui la generazione dei grandi, degli anziani e anche dei giovani-adulti che hanno ricoperto cariche politiche nel tempo del Covid, dovrà trovare un modo di riflettere sul tempo congelato e il sacrificio dell’esilio chiesto ai più piccoli e ai più giovani. Tanti ragazzi non stanno bene. Ma la risposta a questa fatica non può essere affrontata solo sul piano della ricerca di soluzioni per affrontare e gestire il trauma. Forse a questi ragazzi, che per tanti hanno il volto dei figli, va innanzitutto chiarito il senso delle opzioni a disposizione. Proviamo a spiegarci. In questa fase storica tanta parte dei (surreali) retroscena complottisti si è concentrata sul vantaggio che il Covid sta procurando agli utili di Big-Pharma, l’insieme delle case farmaceutiche che tra test, vaccini e nuove cure si teme possa diventare il nuovo padrone del mondo. In realtà se si cambia prospettiva non è difficile rendersi conto che, navigando pericolosamente da un’ondata di contagi all’altra, l’uscita dalla pandemia potrebbe invece coincidere più che con la nascita di una 'dittatura sanitaria', un falso problema, con l’ingresso o la caduta, privi delle necessarie difese, nella dimensione avvolgente dei metaversi.

Catturare l'attenzione delle persone in rete con le tecniche del gaming è l'obiettivo di tanta ricerca tecnologica. Il pensiero critico un argine alla dipendenza dall'iper-consumo

Niente di male, se il mondo digitale e virtuale al quale tutte le grandi aziende tecnologiche, e non solo, stanno lavorando, ci permetterà di fare online molte più cose di oggi, e molto meglio. La questione è in che modo ci muoveremo lì dentro, in un universo virtuale ma reale, e quanto riusciremo a disporre della nostra libertà. Il metaverso non deve spaventare, in parte lo abitiamo già. Non abbiamo ancora in ogni casa visori per la realtà virtuale, ma usiamo già gli avatar dei nostri volti per incontrarci in rete e sui social, siamo disposti a pagare per gadget digitali, abiti alla moda e skin, o altro, per apparire al meglio diffondendo la nostra immagine sugli schermi della rete. Facciamo conferenze con sfondi artificiali, dialoghiamo con profili mutevoli, giochiamo con nomi e identità fluide. E fin qui, di nuovo, nessun problema. Anzi.

Quello che meno si coglie è che i grandi gruppi, non solo tecnologici, mentre investono nella costruzione di mondi paralleli e universi digitali, stanno spendendo somme ingenti per imparare nuove e migliori tecniche in grado di catturare la nostra attenzione e tenerci avvinghiati. C’è soprattutto questo dietro l’interesse del mercato per i colossi del gaming e i leader dei videogiochi: la vera industria del futuro, ancora più del business del tracciamento, è quella che conosce e sa 'maneggiare' l’arte di conquistare l’attenzione e di fare in modo che le persone restino fedelmente dipendenti, e siano soddisfatte da questo. Come in un videogioco dal quale non si riesce ad uscire, un divertimento che non vogliamo interrompere.

Il percorso ha preso avvio tempo fa, quando è incominciato a erodersi il piacere di impegnarsi nella lettura di testi scritti e per gradi si è arrivati al punto in cui il tempo che una volta era impiegato anche solo a sfogliare un giornale scorrendone i titoli, anche online, oggi viene speso a far passare immagini e video come palline che cadono e si annullano in uno schema ripetitivo, persuasi che si tratti di una forma di intrattenimento liberamente scelta, e non invece l’avverarsi di una profezia di dipendenza. Siamo al punto che anche l’informazione di qualità, per avere l’attenzione che merita e mantenere le persone nel proprio ecosistema, ha bisogno di chiedere aiuto non più alle tecniche del marketing, ma a quelle del gaming. In un libro di recente pubblicazione, 'L’era della dopamina - Come mantenere l’equilibrio nella società del tutto e subito' (Roi edizioni, 286 pagine, 23,65 euro), l’autrice Anna Lembke, docente di Psichiatria alla Stanford University School of Medicine, spiega come il digitale sia in grado di attivare il meccanismo della gratificazione guidato dalla dopamina, e che prima dell’arrivo di Internet, e dei siti che ne approfittano, non c’era niente in grado di stimolarlo così velocemente.

Il digitale è in grado di attivare il meccanismo della gratificazione guidato dalla dopamina, e prima dell’arrivo di Internet non c’era niente in grado di stimolarlo così velocemente

Cosa ci azzecca tutto questo con l’esame di Maturità, con una prova scritta, o se si vuole con le occupazioni da parte di studenti che chiedono ascolto e cercano di riconquistare spazi di impegno e di relazione? C’entra, nel momento in cui la condizione ideale che facilita il lavoro alla società dell’iper-consumo, nello sforzo di catturare la nostra attenzione, è quella di potersi rapportare a un esercito di persone che faticano proprio «a fare ordine nella testa», che non solo non riescono a leggere e comprendere un brano, o che non hanno la capacità di mantenere la concentrazione su un testo per pochi secondi senza dover aprire un’app o guardare una notifica, ma che provano persino ansia quando sono chiamati a scrivere, oppure tremano di fronte all’idea di non poter modificare, né cancellare, ciò che hanno messo – si fa per dire – nero su bianco. Eppure la scrittura, com’è intuibile, è nata un attimo prima della lettura, e averne confidenza è ancora più importante ai fini della formazione di un pensiero critico, così come della capacità di mettere prima tutto bene «in ordine » nella mente, senza temere gli errori, e rendendo definitivo ciò che si vuole dire al mondo.

Certamente non è un esame a doversi fare carico della missione di recuperare una generazione al desiderio di essere libera da condizionamenti – perché nessuna lo è mai veramente e in pieno, se non nella tensione verso l’obiettivo – e di sapersi muovere nel nuovo contesto forte di uno spirito critico difficilmente attaccabile dall’esterno. In fondo, un ammorbidimento dell’esame può essere transitorio, vincolato a un anno particolare ed eccezionale, e nulla impedisce che il ritorno alla normalità, compresa quella delle lezioni in presenza e senza mascherine, possa avvenire gradualmente e immaginando una didattica rinnovata. Ma riflettere sul significato di una prova scritta o meno, e del valore dello studio profondo, nel contesto di un dibattito sugli esami, può aiutare i giovani a confrontarsi anche con quello sguardo che una comunità di adulti e di genitori responsabili deve loro: la forza di insegnare che ci sono fatiche necessarie, il cui peso se ne va un istante dopo aver raggiunto quel punto d’osservazione privilegiato dal quale è possibile avere tutti gli orizzonti aperti davanti a sé. E che scrivere è una di queste.