Opinioni

Dopo la pandemia. Il turismo è sempre più vorace, occorre renderlo sostenibile

Leonardo Servadio venerdì 30 giugno 2023

Il consumo di massa sta mettendo alla prova luoghi dove per effetto dell’affollamento si riesce a fare solo un’esperienza molto superficiale di ciò che si incontra. Per questo si vanno diffondendo sistemi di contingentamento L’Ocse prevede che nel 2030 i viaggiatori nel mondo saranno1,8 miliardi, 600 milioni in più del 2016. Le persone desiderano sempre più visitare di persona i luoghi famosi, ma per evitare che la crescita costanteUn gruppo di turisti osserva l’area del Foro a Roma. La capitale è di gran lunga la città italiana col maggior numero di visitatori: 31 milioni in un anno da tutto il mondo, contro i 13 di Venezia, i 12 di Milano e gli 11 di Firenze

File di persone camminano negli angusti spazi permessi dalla calca e, sospinte dal flusso, lanciano rapidi sguardi qui e là. La scena, da metropolitana nell’ora di punta, si ritrova più o meno tal quale anche in altri luoghi che di per sé sarebbero estranei all’ossessivo consumo di massa: come i viottoli delle Cinque Terre sui quali si accodano migliaia di turisti; o il Ponte di Rialto a Venezia, dove l’architettura storica è soverchiata da innumerevoli bancarelle dalle quali affaccendati venditori propongono ricordini di ogni sorta, frutto di un artigianato divenuto produzione seriale.

Il turismo è cresciuto a passi da gigante in questi ultimi decenni. Ha conosciuto un momento di arresto solo con la pandemia. Ma le persone desiderano conoscere il mondo, non limitarsi a girare nel loro ambiente come fossero pesci rossi nell’acquario: incontrare nuovi volti, esporsi a culture differenti. Quando un asiatico o un americano viene in Europa (o viceversa) in fondo compie una piccola rivoluzione copernicana: tocca con mano che, per quanto le cartine geografiche del proprio Paese mettano questo in primo piano, vi sono tante altre prospettive da cui guardare il mondo. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: il flusso turistico ha assunto una tale imponenza da presentare il rischio dell’insostenibilità. E in tante città compaiono segni di malessere: gli spazi occupati dai turisti sembrano sottratti ai residenti, il dilagare di appartamenti dati in affitto per pochi giorni provoca una crescita dei valori immobiliari di cui fanno le spese i residenti. E se per i cittadini il forte afflusso di turisti vuol dire aumento del costo della vita, per i turisti stessi vuol dire essere trascinati in tour de force asfissianti.

«Il caso più problematico – sostiene Massimo Bricocoli, direttore del Dipartimento Architettura e studi urbani del Politecnico di Milano – è quello di Venezia, che da molto tempo si è spopolata a seguito del prevalere degli affitti brevi. Un fenomeno oggi rilevabile anche a Milano e in diverse altre città. Ma per converso c’è la possibilità di attuare buone pratiche: Barcellona può esserne considerata un esempio. Dopo i grandi interventi per le Olimpiadi del 1992, che l’hanno fatta conoscere al mondo e le hanno permesso di riqualificare tutto il fronte verso il mare, ha continuato a migliorare l’assetto urbano, ampliando le zone pedonali, disponendo viali con eleganti e comode sedute. Così è cresciuta la qualità degli spazi pubblici e questo permette a chiunque di godersi la città: residenti e transeunti che siano». Dunque il turismo può essere utile per tutti. «A Roma – riferisce Ester Scoditti, archeologa che da anni lavora come guida nella capitale – non mi era mai capitato di vedere un afflusso così forte di viaggiatori, soprattutto americani, mentre ancora dalla Cina credo che non si sia tornati alla quantità di visitatori dell’epoca pre-Covid. Quest’anno finalmente si nota una vera rinascita dopo il tempo del Covid. E non penso che abbia senso parlare di turismo insostenibile (se non a volte per noi guide costrette a un lavoro estenuante). Dopo la crisi pandemica, che ha portato alla chiusura di diversi ristoranti e alberghi, la città aspettava che tornassero i turisti: per molti sono un’importante, se non l’unica fonte di guadagno».

Tra agenzie specializzate, compagnie di viaggio e strutture ricettive si prevede che nel 2023 gli incassi in Italia si aggireranno sui 46 miliardi di euro, con una crescita del 5,4% rispetto al 2022, secondo stime di Demoskopika. Roma è la città italiana più ambita: i rilevamenti Istat del 2019 indicavano in quasi 31 milioni il numero di visitatori; seguivano staccate Venezia con quasi 13 milioni, Milano con oltre 12 milioni e Firenze con quasi 11 milioni. A dimostrazione dell’importanza del turismo urbano, che è a carattere culturale seppure non privo (in particolare nel caso di Milano) di interessi commerciali legati a eventi fieristici. Ma certo, se tutti desiderano andare a piazza San Marco a Venezia o alla Cappella Sistina a Roma è inevitabile che qui si verifichi un sovraffollamento. «Ma come si possono frenare le visite in questi posti – si chiede Alberto Artioli, già soprintendente per i Beni architettonici e paesaggistici della Lombardia – quando ci sono persone che vengono da oltreoceano proprio per loro? Mi è capitato di sapere di turisti cinesi che hanno cancellato la loro prenotazione per l’Italia perché non avevano la possibilità di accedere al Cenacolo vinciano di Milano, dove per motivi di conservazione del dipinto le visite sono strettamente contingentate: conoscevano quell’opera e da essa facevano dipendere tutto il loro tour, per quanto dovesse toccare diverse altre città». Eppure proprio il contingentamento, che richiede prenotazioni con molto anticipo, consente di evitare la calca eccessiva e permette ai visitatori di godere con calma luoghi come il Cenacolo o la Cappella degli Scrovegni a Padova.

Dove non c’è contingentamento è inevitabile il sovraffollamento, come accade ai Musei Vaticani. E in questo caso al turista spesso resta solo di poter dire di esserci stato, perché nella massa e nella fretta ben poco ha potuto godere dei capolavori artistici. Il paradigma è il Louvre, dove della Gioconda non si vede quasi nulla: c’è il vetro antiproiettile, distanziatori per impedire alle persone di avvicinarsi e una folla sempre accalcata; invece altre sale sono vuote o quasi. Lo stesso accade a Venezia, come nota Bricocoli: «I turisti si assembrano lungo i percorsi più noti. Ma basta girare nelle calli secondarie e si trova il vuoto. Eppure anche lì ci sono architetture di grande significato». Dunque, poiché il turismo si orienta sulla fama dei luoghi, una prospettiva possibile è di far sì che anche altri posti la acquistino: infatti aumentando il numero delle mete appetibili si ridurrà il sovraffollamento delle poche stranote. E sembra proprio si stia andando in questa la direzione. Tanto che sta nascendo un turismo diretto perfino alle favelas di Rio, o ai sobborghi di Manila, o alle espansioni urbane di Mumbay: consente di scoprire la vita nei margini urbani, e di immaginarne le potenzialità. Potrà contribuire a sollevare dalla povertà quelle zone depresse.

Il turismo è destinato a crescere: se nel 2016 ha mobilitato circa 1,2 miliardi di persone, ci si aspetta che nel 2030 il numero di viaggiatori si aggirerà su 1,8 miliardi (stime Ocse). È una buona notizia perché quella turistica, se sotto il profilo economico è un’industria come tante, sotto l’aspetto umano ha potenzialità singolari. Si basa sulla qualità del territorio e quindi ha bisogno di conservarlo, migliorarlo e valorizzarlo. E anche se avanza l’era dei robot, il turismo sarà necessariamente sempre fondato sul fattore umano: i luoghi vanno visitati di e in persona. E vanno conosciuti attraverso gli incontri e le relazioni, le quali sono vie di prevenzione e cura delle tensioni e degli scontri, che negli ultimi mesi sembrano tanto tornati di moda.