Opinioni

Lo sappiano il sindaco e quel medico. Il tradimento dell'energia, della storia di un popolo

 Duilio Corgnali mercoledì 4 febbraio 2009
La tragica vicenda di Eluana Englaro riportata in Friuli per applicare una sen­tenza di morte ha lasciato sgomento il Friu­li. E ci si chiede: perché il Friuli tradotto, an­cora una volta, in terra di confine, di mor­te? È questo il Friuli? C’è una poesia del friu­lano D. M. Turoldo che ben descrive quel che oggi accade: «E le crudeltà per gioco / e le deliranti cupidigie / e le 'necessarie' / le inevitabili guerre / in infinite sequenze, a segnare / la marcia forzata / verso la Fine». È così che viviamo anche questa tristissima vicenda. Una marcia forzata per porre fine all’esistenza di una persona indifesa, sep­pure allo scopo dichiarato di 'liberarla' da una condizione ritenuta insopportabile. E questo con la 'complicità' di una casa per anziani, classificata come 'azienda per i ser­vizi alla persona', trasformata per la circo­stanza in 'casa della morte'. Con una é­quipe di volontari capitanata da un medi­co che ritiene di interpretare non soltanto la volontà del padre (e quella della madre?) ma anche 'il sentire sociale' e che ritiene fi­nanche di mettersi in cattedra e bacchetta­re la politica e anche la Chiesa. Quasi che il diritto di parola ce l’abbia soltanto il grup­po di supporto alla decisione del signor En­glaro, usata come grimaldello per future leg­gi a favore dell’eutanasia. Cosa c’entra il Friuli con tutto questo? Contrariamente a quello che pensa il sindaco di Udine, c’è u­na grande maggioranza di friulani che ri­tengono la sentenza di morte per Eluana né giusta né civile. Non soltanto ingiusta e in­civile ma anche foriera di ulteriore degrado della vita sociale. Ma qui occorre dire una verità semplicissi­ma. Sulla vicenda di Eluana sono entrati in campo prepotenti forze ideologiche, anche di segno opposto, unite nello scardinare il sottofondo valoriale della convivenza civi­le. Nella tragedia di Eluana hanno identifi­cato uno strumento straordinario per fare breccia nel sistema di valori, patrimonio vi­tale di questa società. A quel punto tutto è saltato o è stato stravolto: la logica, il buon senso e la semantica. Lascia, ad esempio, stupefatti che il medico che dovrebbe ac­compagnare alla morte Eluana, a precisa domanda sulla sofferenza eventualmente procurata dalla sospensione di cibo e ac­qua, dica: «Nessuna sofferenza, perché E­luana è morta diciassette anni fa». Allora a­vevano ragione le Suore misericordine di Lecco, quando supplicavano il papà, che diceva la stessa cosa del medico, di essere conseguente, di lasciare loro questa sua fi­glia, che ormai – avendola loro da sempre accudita – consideravano di casa. Se Elua­na è morta 17 anni fa perché accanirsi con tanta protervia per farla morire davvero? Se Eluana non soffrirà, perché disporre di se­darla? Non così un tempo questo Friuli cantato da Turoldo. Terra difficile sì, martoriata anche da invasioni e guerre, da miseria ed emi­grazione, eppure terra amante della vita. Tutti hanno potuto toccare con mano que­sta verità nella tragedia dei terremoti del 1976. Mille morti, moltissimi feriti, centi­naia di migliaia di senza tetto, ma un popolo tenacemente aggrappato alla vita. Un po­polo abbattuto ma non disperato, colpito a morte ma non rassegnato. E il Friuli è tor­nato a vivere e i friulani hanno saputo tra­sformare le loro lacrime in sudore di rico­struzione e rinascita. E i paesi sono risorti come per miracolo, dove e come prima del terremoto e anche più belli. Una sorta di miracolo collettivo. Dovuto a cosa? Alla straordinaria energia prodotta dalle sue ra­dici umane e cristiane, dove il rispetto e la promozione della vita erano al primo posto. Un popolo, quello friulano, che aveva un al­to senso della vita e dunque anche un’at­tenta e rispettosa valutazione della morte. Si nasceva in casa e in casa si voleva mori­re, circondati dall’amore solidale dei propri cari. A nessuno veniva in mente di abbre­viare il tragitto verso la morte. Quella era u­na 'pietà' riservata agli animali. Per gli u­mani c’era un diuturno addestramento al­la sofferenza propria e altrui e alla resisten­za. E dinanzi alle più grandi difficoltà si ve­niva educati non alla rassegnazione alla morte ma alla perseveranza nell’amore al­la vita. Tutt’altro rispetto a questa marcia forzata verso la morte, incontro al nulla.