Opinioni

La fede ferita e quella messa ai margini. Il tocco alla porta

Marina Corradi giovedì 2 dicembre 2010
Dal vertice dell’Osce in Kazakhstan il segretario di Stato della Santa Sede ricorda che 200 milioni di cristiani sono perseguitati nel mondo, e che dovere della comunità internazionale è difenderli con la stessa determinazione con cui si lotta contro altre discriminazioni religiose. Appello forte, mentre sembra che in alcune aree del pianeta l’odio anticristiano si allarghi come un incendio incontrollato. Ma il cardinale Bertone parla anche di una ostilità diversa, che si avverte nel nostro civile Occidente: la vita religiosa qui è minacciata «dal relativismo e da un falso secolarismo, che esclude la religione dalla vita pubblica».Marginalizzazione ormai palpabile, se l’arcivescovo emerito di Canterbury, l’anglicano Lord Carey, ha proposto ai cristiani un not ashamed day: una giornata della non-vergogna, o, se si vuole, della fierezza cristiana. Davanti alla House of Lords, cuore della democrazia in Occidente, un sit-in di cristiani: sarà uno strano vedere, in questa Europa che al cristianesimo deve buona parte delle sue radici. Carey, figlio di un portinaio, a quindici anni elettricista, insomma un "figlio del popolo", sostiene che in una mescolanza di politically correct, multiculturalismo e aperta avversione alla Chiesa la grande eredità cristiana del Paese è sotto attacco. «Perfino il Natale – aggiunge – sembra qualcosa di cui ormai ci vergogniamo».E noi in Italia, che guardiamo alle persecuzioni in Iraq o in Pakistan con angoscia, ma come a un incubo che non può toccarci, capiamo invece di cosa parlano i vertici anglicani e cattolici nei medesimi giorni. È la stessa denuncia di Benedetto XVI alla Westminster Hall a Londra, in settembre, di una crescente «marginalizzazione del cristianesimo» in un Occidente che vorrebbe relegarlo a una sfera unicamente privata. (Quel suggerire che il crocifisso venga tolto dalle scuole, o che i segni del Natale siano annacquati in vaghi simboli di una indeterminata "festa" per non offendere chi cristiano non è; quel pretendere che il credente metta da parte, nella vita pubblica, la sua identità religiosa).Paradossale, all’apparenza; numericamente, i cristiani nel mondo e in Occidente non sono certo piccola minoranza. Eppure quell’appello da Canterbury non ci appare incomprensibile. Tra tanti orgogli e rivendicazioni di diversità e minoranze ogni giorno portati in piazza, nell’Europa di inizio Terzo Millennio il possibile sit-in davanti al Parlamento britannico dice di un cristianesimo che si avverte come garbatamente (e, a volte, sgarbatamente) messo ai margini del dibattito pubblico. Nel libro-intervista a Benedetto XVI, Peter Seewald ricorda come un quotidiano tedesco abbia apertamente rimproverato al Papa di essere «contro la religione che vige oggi in Germania», e cioè «la religione della società civile». E il Papa replica a Seewald indicando la pretesa di una sorta di "tolleranza negativa", secondo la quale alcuni sistemi di pensiero che si pretende "razionale" devono essere imposti a tutti. «La vera minaccia è che la tolleranza venga abolita in nome della tolleranza stessa», sintetizza Benedetto XVI (e vien da pensare, anche, all’Italia di questi ultimi giorni).Il democratico, corretto fantasma dell’antireligione obbligatoria si aggira per l’Europa, e a Canterbury un vecchio fiero anglicano vorrebbe risvegliare nei suoi l’orgoglio della loro identità. Già, identità: è la questione che il Papa solleva con Seewald che gli chiede perché ampie maggioranze di battezzati in Occidente restino così subalterne e mute. L’essere cristiano non deve ridursi, dice Benedetto, a una sorta di vecchio tessuto sottocutaneo che vive parallelamente alla modernità. Occorre invece un cristianesimo vivo «che si allontani e si distingua da quella che sta diventando una controreligione». Nella pressione della cultura dominante, così lontana da persecuzioni lontane, comunque una provocazione bussa alle porte di noi tranquilli cristiani d’Occidente. È il «non conformatevi» di Paolo, così vero e attuale, duemila anni dopo.