Opinioni

Il peso (e lo scarto) dell'ingiustizia. Il tanto e il poco

Giulio Albanese sabato 18 marzo 2017

Per dirla con papa Francesco, la «globalizzazione dell’indifferenza» è uno dei tratti caratteristici del nostro tempo. Il fatto stesso che vengano segnalate numerose e persistenti aree di crisi umanitaria, rispetto alle quali la comunità internazionale sembra fare orecchie da mercante mentre il sangue scorre e i mari diventano cimiteri, è sintomatico di quella crisi antropologica che attanaglia la società contemporanea. Ecco che allora il valore sacrosanto della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio, viene spesso ignorato. Per quanto la globalizzazione possa aver reso il mondo apparentemente più omogeneo, i processi che l’hanno contraddistinta non sono stati privi di aporie. Sul piano economico, ad esempio, si è sempre più caratterizzata per una diffusione disomogenea degli interessi, con risultati non certo univoci e coerenti rispetto alle attese. Basti pensare alla crisi della sovranità statale in molti Paesi o alle persistenti diseguaglianze in molte aree geografiche. Sta di fatto che a pagare il prezzo più alto è sempre la povera gente. Basti pensare che per fornire l’aiuto di cui hanno oggi bisogno paesi come il Sud Sudan, lo Yemen, la Somalia e la Nigeria settentrionale – in cui l’"emergenza-carestia" è, nel suo complesso, la più grave dalla fine della seconda guerra mondiale – occorrono subito 4,4 miliardi di dollari.


Un’inezia se si considera che, stando ai dati forniti dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), il mercato mondiale delle armi ha raggiunto, lo scorso anno, il momento di massima espansione dell’ultimo quarto di secolo, ovvero da quando è finita la "guerra fredda". Questo in sostanza significa che l’andamento generale dell’affare delle armi, vede nei cinque continenti un impressionante aumento della spesa: dai 1.131,6 miliardi di dollari del 2000 ai 1.759,6 miliardi di dollari del 2016. Viene pertanto istintivo domandarsi se sia possibile innescare l’agognato cambiamento in favore di coloro che sopravvivono nelle periferie del nostro povero mondo. E dicono di sì il tanto che si spende per preparare apocalissi e il poco che manca per garantire sopravvivenza a un’umanità ferita. Il confine della giustizia necessaria passa sul decisivo crinale tra il tanto e il poco.

A questo proposito occorre rilevare la forte correlazione causale tra le crisi armate che, da un lato, attanagliano l’Africa subsahariana e l’area mediorientale e, dall’altro, la crescente domanda di commodities (materie prime, fonti energetiche in primis). Inoltre, i nuovi scenari macroeconomici legati alle diverse percezioni, spesso discordanti, delle sfide energetiche, climatiche e di contrasto alla povertà, costituiscono un’ulteriore chiave di lettura per comprendere l’articolazione globale di questi fenomeni. Una cosa è certa: le situazioni emergenziali si procrastinano nel tempo assumendo sempre più una connotazione cronica, col risultato che il passaggio all’agognato sviluppo sembra essere, per molti popoli, un traguardo vanificato dalla storia. Infatti, il progresso tecnologico e in generale dei saperi non ha trovato in questi ultimi decenni un felice riscontro nel contrastare le miserie dell’umanità, i rigurgiti di chiusura e la tendenziale propensione alla riottosità da parte di potentati più o meno occulti.
Sono in molti a pensare che il ciclone Trump, unitamente alla Brexit e alla crisi d’identità della vecchia Europa, per quanto siano espressione di un’involuzione delle relazioni internazionali causata dalla stessa globalizzazione, rappresentano un’ulteriore incognita.

È dunque evidente che solo riscoprendo la centralità della «casa comune», ben esplicitata nel magistero di papa Francesco, sarà possibile trovare soluzioni in difesa della <+CORSIVOA>res publica<+TONDOA> dei popoli. Non è un caso se sono proprio le Chiese cristiane le realtà che più di altre, nell’ambito della società civile planetaria, manifestano solidarietà nei confronti di tanta umanità dolente. Fa piacere pertanto sapere che la Cei ha destinato un milione di euro per fornire assistenza agli sfollati e alle vittime del conflitto civile sudsudanese. Un gesto concreto per dimostrare che occorre vincere la tentazione della rassegnazione.