Opinioni

Avere gesù nel cuore è essere sacerdoti, non semplici funzionari. Il prete, un «altro Cristo»

Piero Gheddo mercoledì 12 giugno 2013
​Il 5 giugno sono andato a Vercelli per celebrare, in una giornata di fraternità sacerdotale, le ricorrenze dei confratelli diocesani con 60-50-40-25 anni di sacerdozio. Avevo il cuore pieno di gioia e ho espresso due pensieri.1) Ringraziamo il Signore che ci ha scelti, ci ha guidati, consolati, illuminati, perdonati (più e più volte) e ha portato ciascuno di noi a essere «un altro Cristo». Io prete sono, come Gesù, mediatore fra Dio e gli uomini. L’errore più funesto per un prete è di avere un mediocre concetto della sua dignità e missione, di considerarsi un funzionario, un impiegato a servizio della Chiesa, della parrocchia. Non è così. Non esiste al mondo altro personaggio più importante e indispensabile del sacerdote di Cristo. Il mondo non ci crede, ma la fede ci dice che è così. Nonna Anna era una santa donna che aveva allevato ed educato dieci figli e, poi, noi: tre nipoti. Era semi-analfabeta (solo la prima elementare), ma con una saggezza evangelica che la rendeva gradita a tutti. La chiamavano quando c’era un ammalato o un morto per andare a pregare, a consolare, a dire una buona parola a tutti. Nell’estate 1949 – morì poco dopo, a 84 anni – ero seduto vicino a lei e pregavamo assieme. Mi chiese quanti anni mi mancassero per diventare sacerdote. Quattro, le risposi. Lei disse: «Io non ci sarò più, ma ricordati, Piero, che quel giorno tu sarai diventato più grande e più importante di De Gasperi e di Togliatti, di Truman e di Stalin, perché dirai le parole della consacrazione, chiamerai il Signore sull’altare e Lui verrà. Avrai Gesù nelle tue mani e potrai darlo a tutti. Non c’è nulla di più importante in questo mondo». Quando celebro la Santa Messa, chiedo sempre al Signore la grazia di avere la fede della nonna Anna e di commuovermi quando consacro l’ostia e il vino e mi nutro del Corpo e Sangue di Cristo.2) Il prete dev’essere un uomo innamorato di Gesù Cristo, per dare al mondo l’immagine dell’unico Salvatore dell’uomo. Solo quando Gesù è l’unico amore della nostra vita, riusciamo ad amare tutto il prossimo, anche quelli che non ci vogliono bene; a comunicare in modo efficace la Parola di Dio e portare frutti di vita eterna. Come diceva San Paolo: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che fa crescere» (1 Cor. 3,6). Perché solo Dio conosce a fondo le anime e le attira a sé, le converte. Non basta che predichiamo Gesù Cristo, non basta che lo studiamo e preghiamo, dobbiamo amarlo con passione, metterlo sempre al primo posto nelle nostre scelte esistenziali. Innamorarsi di Cristo è un dono di Dio che dobbiamo chiedere, ma anche prepararci a riceverlo con una vita trasparente totalmente orientata a Dio, alle realtà spirituali e soprannaturali, distaccandoci a poco a poco da tutti gli affetti e gli ostacoli terreni che impediscono la totale consacrazione a Cristo. Non ci riusciremo mai del tutto, è una via di purificazione che dura tutta la vita e che ci ringiovanisce ogni giorno. Il prete è efficace nel suo ministero solo se segue il consiglio di Gesù: «Rimanete uniti a me e io rimarrò unito a voi» (Giov. 15, 4). Questo vale per tutti, ma soprattutto, cari sacerdoti, per noi che siamo chiamati a essere per la gente «un altro Cristo». Del grande missionario monsignor Aristide Pirovano, fondatore e vescovo di Macapà in Amazzonia, un suo confratello di missione mi ha detto: «Era tutto di Dio e tutto degli uomini». Don Primo Mazzolari, la «tromba d’argento dello Spirito Santo nella pianura padana» come diceva Giovanni XXIII, ha scritto: «Se io non porto Cristo agli uomini, sono un prete fallito. Posso fare molte cose buone nella vita, ma l’unica veramente indispensabile nella mia missione di prete è questa, comunicare il Salvatore agli uomini, che hanno fame e sete di Lui». Per comunicare Cristo bisogna averlo semplicemente nel cuore.