Opinioni

L'analisi. Il pragmatismo religioso cinese è un rebus per noi occidentali

Agostino Giovagnoli giovedì 13 dicembre 2018

Quello annunciato il 22 settembre tra Cina e Santa Sede è un accordo giunto dopo anni di delicate e difficili trattative, spesso ostacolate anche da parti terze. Esso non riguarda le relazioni diplomatiche, ma l’annosa questione delle modalità di selezione e nomina dei vescovi, essenziale per la vita della Chiesa, perché rende possibile per tutti i pastori cinesi di essere in comunione con il Papa e per milioni di fedeli cattolici di far parte di un’unica comunità. Con quell’atto, le parti hanno concordato il metodo di una soluzione condivisa: la Santa Sede accetta che il processo di designazione dei candidati all’episcopato avvenga dal basso, dai rappresentanti della diocesi anche con il coinvolgimento dell’Associazione patriottica, mentre il governo cinese da parte sua accetta che la decisione finale, con l’ultima parola sulla nomina, spetti al Pontefice.

«Il Paese che non è riuscito a fallire». Così il 'New York Times' ha definito la Cina. Per il mondo occidentale, infatti, «era sicuro che l’approccio cinese non avrebbe funzionato». Travolta dalle sue contraddizioni, la Cina sarebbe fallita sul piano economico oppure avrebbe dovuto cambiare sistema politico. Ma l’insuccesso economico o la trasformazione politica che l’Occidente «sta ancora aspettando » non sono venuti. Dobbiamo imparare, conclude il 'New York Times', a «pensare la Cina» in modo diverso. Si è sviluppato infatti un amalgama che chiamano socialismo con caratteristiche cinesi. Gli attuali leader ne sono orgogliosi e lo presentano come un’invenzione nuova, espressione di una cultura originale, prodotto di una «potenza civilizzante»...

In realtà, la Cina attuale applica in forme nuove la sua antica capacità di assorbire in modo sincretico ciò che viene da fuori. Comunismo e capitalismo sono invenzioni occidentali, cinese è il modo pratico di fonderli: nell’elenco delle cento personalità celebrate come eroi della Cina di oggi ci sono molti imprenditori che hanno la tessera del partito, come il famoso Jack Ma Yun di Alibaba. Alla globalizzazione che oggi pervade ogni cosa la Cina sembra sapersi adattare meglio di altri. Gli occidentali sono spaventati dalla aspirazione cinese a diventare una grande «potenza globale» e che ambisce a essere 'globalizzante' verso il resto del mondo. Ma occorre guardare anzitutto alla sua esperienza di Paese 'globalizzato' dall’influenza di altre culture e dai processi di interdipendenza.

Apertura o chiusura? Al tempo stesso, entrambe e nessuna delle due. vero anche sul terreno religioso. Anche qui continuano a tenere campo previsioni occidentali smentite dai fatti. Abbiamo pensato che la Cina comunista avrebbe perseguitato i cattolici fino ad azzerarne la presenza oppure che sarebbe cambiata radicalmente aprendosi alla libertà religiosa. Non si è realizzata nessuna delle due. È in atto invece qualcosa che facciamo fatica a capire, come conferma anche la difficoltà di interpretare le notizie provenienti dal Regno di Mezzo. Si continua, per esempio, ad attribuire al regime il progetto di convertirli con la forza alla 'religione' comunista. Lo dimostrerebbe l’allontanamento forzato da Wenzhou del vescovo Shao Zhumin tra il 9 e il 23 novembre. Questo vescovo, però, pur 'clandestino' secondo la legge, svolge una notevole attività pubblica e per le celebrazioni dei defunti ha guidato una processione di 500 sacerdoti e fedeli - sia 'sotterranei sia 'patriottici' – alla tomba del vescovo precedente – 'patriottico', ma in comunione con Roma Giacomo Lin Xili, che lo stesso Shao aveva a suo tempo criticato. Shao è successivamente "invitato" dai funzionari della sicurezza a una "gita", ma poiché il vescovo aveva molti impegni la partenza è stata rimandata rispettando le sue esigenze. Lui stesso, inoltre, ha smentito di essere stato arrestato: per due settimane ha visitato diverse località cinesi. Un episodio sconcertante, dunque, che conferma la mancanza di libertà religiosa. Ma che non si può interpretare come tentativo di conversione forzata alla "religione" comunista: le autorità non vogliono che il vescovo Shao smetta di essere cattolico ma che lo sia accettando la politica del Governo cinese.

Si è anche molto discusso ultimamente della proibizione di svolgere attività religiose con minorenni. In Henan è stato imposto alle parrocchie cattoliche di interrompere il catechismo dei bambini. Altrove, però, non è cambiato nulla, a Pechino ad esempio si celebrano Messe per i bambini e si fanno iniziative pubbliche con i giovani. La direttiva, infatti, urta contro la Costituzione che riconosce la libertà di credo religioso: non si può impedire a bambini cattolici di ricevere un’istruzione conforme alla loro fede. Per questo – probabilmente – la proibizione è stata trasmessa in forma orale e non scritta e applicata solo in alcune aree. In Henan, i cattolici sono stati colpiti indirettamente da un pugno di ferro rivolto anzitutto contro comunità protestanti e musulmane, responsabili di «turbamenti sociali » tali da provocare un brusco ricambio dei dirigenti politici della provincia. Molte, infine, le notizie su croci rimosse o su edifici cattolici (chiese, ma non solo) abbattuti parzialmente. Sono azioni condotte in modo non uniforme sul territorio nazionale e presumibilmente ispirate da ragioni locali. Dietro i motivi ufficiali – contravvengono alle leggi edilizie – ci sono spesso ragioni politiche specifiche, talvolta addirittura ad personam. Insomma, tanti problemi diversi, che seguono logiche differenti, in un Paese complesso, dentro un gigantesco sistema di rapporti autoritari fra centro e periferia. Non aiuta i cattolici cinesi leggere tutto ciò in una chiave ideologica superata dai fatti: bisogna guardare piuttosto alla realtà complessa della Cina di oggi, come ha indicato papa Francesco.

Ma non si vedono ancora effetti dell’Accordo tra la Cina e la Santa Sede del 22 settembre 2018, protestano oggi quelli che ieri hanno cercato di impedirlo. In realtà, la sala stampa vaticana è stata chiarissima fin dall’inizio: l’Accordo non riguarda la politica religiosa e sociale del Governo cinese, ma solo le nomine dei vescovi. Non è poco. Riconoscendo il Papa come capo della Chiesa cattolica in Cina, la Repubblica popolare cinese, atea e comunista, ha accettato un principio di 'globalizzazione religiosa'. Dall’intervento del Papa nella nomina dei vescovi parte la costruzione di un nuovo amalgama, cui è conseguito già un primo effetto concreto: un maggior riconoscimento – richiesto invano per settant’anni dalla Santa Sede – del ruolo dei vescovi nella vita della Chiesa in Cina.

Un altro effetto dell’Accordo riguarda l’indebolimento dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi (Ap), altra richiesta di Roma respinta per settant’anni. Le due parti guardano oggi alla possibilità di far emergere i vescovi 'sotterranei', raccomandata già da Benedetto XVI. Le autorità però continuano a chiedere loro l’iscrizione all’Ap. Nessun Papa ha mai condannato i tanti vescovi e sacerdoti che l’hanno fatto e nella Lettera ai cattolici cinesi del 2007 papa Ratzinger ha lasciato ai vescovi 'sotterranei' la decisione di farsi riconoscere. Nella stessa Lettera, però, si parla di aspetti dell’Ap inconciliabili con la dottrina cattolica, come l’affermazione di 'indipendenza' della Chiesa cattolica cinese e gli interventi nelle nomine dei vescovi.

Ma, con l’Accordo, Pechino ha rinunciato a un progetto di Chiesa nazionale e scismatica: la pretesa di indipendenza, insomma, è oggi svuotata e la possibilità di imporre vescovi illegittimi non c’è più. L’Ap, perciò, si è molto indebolita. Anche in questo caso è inutile attardarsi in dispute ideologiche superate dai fatti. Se oggi una parte dei 'clandestini' continua a opporsi all’Ap, oltre che per motivazioni biografiche, legate a ciò che essa ha rappresentato in passato, è per il timore concreto che crei conflitti nella vita della Chiesa. Altri però rispondono citando casi in cui la guida dell’Associazioni patriottica locale è affidata al vescovo e la coincidenza dei due ruoli rafforza la Chiesa. Insomma, i veri problemi posti oggi dall’Ap non riguardano i princìpi, ma la realtà. È un’altra conferma che l’Accordo permette la ricerca di soluzioni nuove per aiutare i cattolici cinesi a portare il loro fardello.